Thomas More.
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TUTTI GLI EPIGRAMMI.
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Parte 1.
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Traduzione di: Luigi Firpo e Luciano Paglialunga.
1994. Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo - MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Precisazione.
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Il testo originale latino  apparso a Basilea, nel 1520, col titolo "Epigrammata clarissimi disertissimique uiri THOMAE MORI Britanni ad emendatum exemplar ipsius autoris excusa",  stato tratto dall'edizione critica delle poesie latine di More "The Complete Works of Saint Thomas More", volume 3, parte seconda, New Haven-London, Yale University Press, 1984. Mentre per ci che concerne l'introduzione e il commento esse sono tratte dalla edizione della Yale University Press del 1984.
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INDICE di questa parte.
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Presentazione di Cesare Grampa.
Prefazione all'edizione italiana. Thomas More: il personaggio e lo scrittore. di Germain Marc'hadour.
Scheda biografica.
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INTRODUZIONE.
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INTRODUZIONE Parte 1. COMPOSIZIONE, EDIZIONI E FONTI.
Edizioni e revisioni. di Leicester Bradner e Charles A. Lynch.
Date di composizione. di Leicester Bradner e Charles A. Lynch.
Fonti e modelli. di Leicester Bradner e Charles A. Lynch.
I Progymnasmata: data e fonti. di Revilo P. Oliver.
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INTRODUZIONE Parte 2. STILE, PROSODIA E METRICA.
More traduttore, di Revilo P. Oliver.
Il latino di More e le critiche di Brixio. di Revilo P. Oliver.
I metri di More. di Leicester Bradner e Charles A. Lynch.
Tecniche di versificazione, di Revilo P. Oliver.
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INTRODUZIONE Parte 3. GLI EPIGRAMMI DI MORE E DI ERASMO. di Clarence H. Miller.
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INTRODUZIONE Parte 4. LE TEMATICHE.
Il fiore degli Epigrammata. di Revilo P. Oliver.
Il valore umano degli Epigrammata. di Leicester Bradner e Charles A. Lynch.
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INTRODUZIONE Parte 5. NOTA AI TESTI.
Le edizioni del 1518 e dei 1520. di Clarence H. Miller.
Poesie non comprese nelle edizioni del 1518 e del 1520. di Clarence H. Miller.
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Nota bibliografica.
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FINE Indice.
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PRESENTAZIONE. di Cesare Grampa.

Questa prima versione italiana integrale delle poesie latine di Thomas More, pubblicata sotto gli auspici del Centro Internazionale Thomas More, vuole essere un omaggio a uno dei nostri pi profondi conoscitori del grande umanista europeo e della cultura rinascimentale: Luigi Firpo, uomo di doti incomparabili al quale sono stato legato da una amicizia autentica e la cui scomparsa ha lasciato un vuoto non colmato.
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Firpo aveva pubblicato la versione di settanta epigrammi moreani nel volume "Idea di Thomas More" (Vicenza, Neri Pozza, 1978, pp. 115-134), ma gi lo stesso anno il totale degli epigrammi da lui tradotti e stampati, questa volta, nella rivista Il pensiero politico (11, pp. 211-242), saliva a centoventi (su un totale di duecentottantuno). In entrambi i casi la versione era preceduta dal testo che qui riproduciamo perch rappresenta una lucida ed essenziale introduzione all'universo poetico moreano.
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Gli "Epigrammata" di More videro la luce a Basilea, nel marzo 1518, dall'officina illustre del Froben, in calce all'edizione definitiva dell' Utopia. Il frontespizio era adorno d'una splendida cornice lignea delineata da Hans Holbein; Beato Renano vi aveva premesso il 13 febbraio una lettera dedicatoria a Willibald Pirckheimer, umanista, amatore d'arte, consigliere della citt di Norimberga: in essa definiva i versi di More argutissimi scherzi, animati da un garbato spirito e in tutto rispondenti al modello dell'epigramma, che deve congiungere l'arguzia con la brevit, essere piacevole e conchiudersi d'improvviso con un motto di spirito.
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Non erano elogi convenzionali. Gli umanisti italiani del Quattrocento, soprattutto il Pontano e il Marullo, avevano condotto a perfezione il genere epigrammatico, mescolando spunti encomiastici o di epicedio e brevi carmi religiosi con una vasta casistica amatoria, spesso erotica e licenziosa, che svariava dalle morbidezze sensuali di stampo ovidiano fino al turpiloquio aggressivo di Marziale. Tardi circolarono, dopo il 1460, i modelli delicati e accademici della poesia ellenistica attraverso l'"Anthologia" di Massimo Planude, fatta conoscere in Italia dal Bessarione e stampata a Firenze nel 1494. Esile fiore delle serre letterarie destinato al mondo raffinato e suscettibile delle corti, quel verseggiare di bravura eludeva la satira di costume, la critica di professioni e di ceti, di vizi e di manie, ogni intrusione arrischiata nel mondo della realt.
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A questa guarda invece More, che sa cogliere con freschezza gli aspetti ridicoli della vita quotidiana, per ritrarli con arguzia ora bonaria, ora severa, in brevi componimenti lucidi, icastici, mordaci. Il suo non  pi il mondo dei trattenimenti signorili, ma quello della gente vera: avvocati e mercanti, contadini e parassiti, frati e casalinghe, medici e astrologi.
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Se un centinaio e pi dei carini trae spunto dalla sterminata miniera dell'"Anthologia", egli non esita a ricorrere a canzoni popolari, a favolette correnti, alla propria esperienza di viaggi e di negozi, al conversare affabile con gente d'ogni ceto, al motto colloquiale sbocciato per naturale arguzia sulle labbra degli illetterati. Uomo di religiosit profonda, More non accoglie nella propria raccolta pur un verso divozionale, rompendo le grigie convenzioni dei verseggiatori nordici, le prolissit scolastiche, i calchi abusati, cui non si era sottratta neppure la parallela silloge epigrammatica di Erasmo, stanca sequela di complimentosi panegirici e di luoghi comuni della piet religiosa.
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Cos pure si astiene da ogni licenziosit, ma senza ipocrisia: gli accenni sboccati o scatologici rispondono a un franco adeguarsi all'immediatezza del linguaggio popolaresco, o danno voce a un avvertibile filone di misoginia. Accanto ai falli e alle debolezze femminili, il poeta morde gli ecclesiastici indegni, i potenti viziosi e tirannici, ogni sorta di incolta arroganza o di furberia prevaricatrice.
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Dopo essersi brevemente soffermato sulla genesi dell'opera e sul suo meritato successo (neppure tre anni separano la prima edizione dalla terza, ampliata, del dicembre 1520), Firpo concludeva mettendo in luce che la parzialit della sua versione rappresentava una scelta tematica, guidata da un preminente interesse politico, e che la sua pubblicazione, in quell'anno 1978, voleva essere un sommesso contributo alla celebrazione del quinto centenario della nascita di un grande umanista che fu cancelliere d'Inghilterra e martire della cattolicit, un uomo festevole per arguzie benigne ma di inflessibile fedelt alla propria coscienza.
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Nota: Infatti i centoventi epigrammi figuravano suddivisi in cinque sezioni cos titolate: 1. Disprezzo del mondo; 2. Ricchezza e povert; 3. Re e tiranni; 4. La religione e i cattivi religiosi; 5. Le donne. Fine nota.
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Se Luigi Firpo avesse avuto tempo e vita sufficienti per completare il suo lavoro sugli epigrammi moreani, probabilmente saremmo in possesso di un secondo gioiello critico e letterario, oltre alla splendida edizione che egli ci ha lasciato dell'Utopia.
In ogni caso ci sembra meritevole di attenzione l'iniziativa culturale che oggi siamo lieti di presentare al pubblico italiano.
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Questa nostra edizione si basa sul vol. 3, parte seconda ("Latin Poems") della "Yale Edition of Complete Works of St. Thomas More" (New Haven e London, Yale University Press, 1984). Da qui  stata tradotta e adattata l'ampia "Introduzione" agli epigrammi, che abbiamo creduto opportuno integrare con una breve "Guida alla prosodia e alla metrica latina", preparata da Paolo Focardi (Firenze) e pubblicata in appendice. Il volume per si apre con una "Prefazione" appositamente redatta per noi da Germain Marc'hadour dell'Universit di Angers, oggi forse il maggiore studioso vivente dell'opera moreana, che colloca la figura di Thomas More sullo sfondo della cultura italiana rinascimentale e moderna, e con una diffusa "Scheda biografica".
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Ancora dall'edizione critica della Yale University sono tratti, oltre il testo originale latino, il commento agli epigrammi, tradotto e adattato a cura della redazione delle Edizioni San Paolo, la nota bibliografica debitamente aggiornata e la concordanza fra la numerazione degli epigrammi secondo l'edizione Bradner-Lynch e la numerazione secondo l'edizione Yale.
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Si esprime viva gratitudine a Laura Salvetti Firpo, che ha gentilmente concesso l'autorizzazione a pubblicare le traduzioni dell'indimenticabile studioso. La Signora, sensibile e intelligente, oltre ad essere stata una collaboratrice preziosa, ancora oggi rende fecondo il patrimonio firpiano.
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Si ringrazia pure Luciano Paglialunga, il quale aveva autonomamente presentato una propria versione integrale degli "Epigrammata".
La prefazione scritta da Germain Marc'hadour  stata tradotta da Armando Gonella; l'introduzione dell'edizione Yale da Luciano Paglialunga; i testi greci dei "Progymnasmata" da Paolo Focardi.
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CESARE GRAMPA.
Segretario Generale dei Centro Internazionale Thomas More.
Milano, 22 giugno 1994. Festa di san Thomas More.
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PREFAZIONE ALL'EDIZIONE ITALIANA. di Germain Marc'hadour.
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THOMAS MORE: IL PERSONAGGIO E LO SCRITTORE.
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Proprio nella prima pagina dell'elegante volume in cui Froben di Basilea presenta al pubblico insieme l'"Utopia" e gli "Epigrammata" di More, Erasmo scrive queste parole frequentemente citate: Quid tandem non praestitisset admirabilis ista naturae felicitas, si hoc ngenium instituisset Italia? (1).
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Analoga osservazione viene fatta dal biografo di Beato Renano, umanista che invece  vissuto molto tempo a Basilea;  in questa citt vicina all'Italia che, nel febbraio 1518, egli redasse la sua lettera-prefazione agli "Epigrammata" di More; e l aveva compiuto il proprio tirocinio di editore con la pubblicazione di molti autori italiani: Battista Guarino, Teodoro di Gaza, Giorgio di Trebisonda, Pomponio Leto, Filippo Beroaldo il Vecchio, Battista di Mantova, Andrea Alciati, Fausto Anderlini, Gianfrancesco Pico, Paolo Cortesi; e infine, i modelli di Beato nella sistemazione dei testi antichi erano il veneziano Ermolao Barbaro e il fiorentino Angelo Poliziano, entrambi scomparsi prematuramente nel 1493 e nel 1494 (2).
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More alunno dell'Italia.
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La penisola che era stata la culla del Rinascimento non esercit questo molteplice influsso nella formazione di Thomas More: stiamo per attenti a non dimenticare che More  intriso di Chaucer, il poeta che aveva diffuso Boccaccio e Petrarca in Inghilterra. Inoltre, fin dalla prima giovinezza, egli frequenta i letterati - John Colet, William Grocin, Thomas Linacre - che hanno vissuto a Firenze, Venezia e Padova, che hanno conosciuto Aldo Manuzio e Marsilio Ficino. Nulla di sorprendente, perci, che la prima opera in inglese di More sia "The Life of John Picus", la traduzione cio di "Ioannis Pici vita", che Gianfrancesco Pico scrisse poco dopo la morte di suo zio (1494).
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Vi aggiunge un'antologia delle "Opere" dello stesso grande Giovanni Pico della Mirandola: tre epistole di direzione spirituale, un commento al salmo 15, massime e regole per quella lotta che  la vita cristiana, il ritratto dell'anima innamorata di Dio. L'ultimo lavoro, intitolato "Deprecatoria ad Deum",  un'elegia di 62 esametri latini che More trasforma in una sequenza di 12 strofe di 7 pentametri inglesi (3). Poich la traduzione  la via pi breve e pi sicura per l'assimilazione culturale, con quest'opera More compie un importante viaggio nel Quattrocento italiano.
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La fortuna di More in Italia.
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Prima di ricordare la personalit di More e di tratteggiare la sua carriera, vorremmo ricordare il posto rilevante che la sua vita, la sua opera e il suo martirio occupano in Italia: edizione dell'Utopia e dei "Lucianica" fin dal 1519 presso Giunti di Firenze; biografie assai diffuse come quella di Domenico Regi (1675) che aggancia l'avvocato londinese all'Italia attribuendogli come antenato il doge veneziano Cristoforo Moro; opere teatrali, dalla "Thomas Morus Tragoedia" rappresentata al Venerabile Collegio inglese di Roma nel 1612 fino al "Tommaso Moro" di Silvio Pellico (1833), che fu tradotto in tedesco nel 1835. Assai numerose sono le traduzioni italiane delle lettere di More, che culminano con l'epistola scritta nella Torre di Londra servendosi di un tizzone e indirizzata al buon banchiere lucchese Antonio Bonvisi, che il prigioniero chiama amicorum amicissime, et merito mihi carissime (4).
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In Italia sono stati pubblicati lavori su More a opera di stranieri. Il "De unitate" del cardinale Pole (Roma, 1538)  animato dall'indignazione che provoc il martirio di John Fisher e di Thomas More; "Il Moro", del gesuita inglese Ellis Heywood, fu pubblicato a Firenze nel 1556. La lista degli italiani che hanno arricchito gli studi su More nel Ventesimo secolo comprende decine di nomi: citiamo Giovanni Rulli, Sergio Rossi e Giuseppe Petrilli, il cui "Tommaso Moro" riporta il facsimile di una lettera autografa di Paolo Sesto. Tra i pionieri, ricordiamo Giuseppe e Maddalena De Luca con le loro edizioni del "Moro" di Daniel Sargent. Don Giuseppe present More al pubblico in varie riprese: il suo "Tommaso Moro beato martire" nella Nuova Antologia (primo giugno 193 5)  ricomparso nel 1945 in "Scritti su richiesta". La sua prefazione al "Tommaso Moro" tradotto da sua sorella porta l'indicazione Roma, dicembre 1939: vi mette a confronto il "More" di Sargent e quello di Chambers (5).
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Studiosi italiani di More.
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Alberto Castelli, docente all'Universit Cattolica del Sacro Cuore di Milano prima di diventare arcivescovo di Curia a Roma, ha tradotto la biografia di More scritta da Hollis e molte opere dello stesso More, compreso quello scritto difficile che  "Il dialogo del conforto nelle tribolazioni" (6).
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Marialisa Bertagnoni, leale e modesta, ha tradotto una miscellanea di opere in inglese su More (Chambers, Bolt, Roper, Reynolds) e molte pagine dello stesso More: lettere, preghiere e la sua ultima opera, "Nell'orto degli ulivi". Nel 1978, quinto centenario della sua nascita, ella fu, accanto a Cesare Grampa e Angelo Paredi, la curatrice della preziosa raccolta "Idea di Thomas More", pubblicata da Neri Pozza nella natia Vicenza: noi siamo fieri di comparirvi in egregia compagnia di Francesco Cossiga, Virginio Rognoni, Vittorio Mathieu, Leonardo Verga e, last but not least, Luigi Firpo (7).
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Firpo era gi un classico a doppio titolo: per le sue edizioni degli archivi diplomatici di Venezia, che abbondano in descrizioni dell'Inghilterra, con notizie su Thomas More ambasciatore, e per le sue edizioni dell'"Utopia" (UTET, 1971, poi, con testo latino a fronte, Neri Pozza 1978) con studi comparativi sulle traduzioni di Lando e Sansovino. All'autorevolezza dello storico aggiungeva quella del politologo.
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Caratteristici di Vittorio Gabrieli sono l'approccio letterario e filologico e la competenza di anglista provetto. Ha ricordato il centenario di More pubblicando una traduzione di "Le quattro cose ultime"; ha tradotto e curato il "Riccardo Terzo" di More e il dramma elisabettiano "Sir Thomas More"; ha preparato una gustosa antologia dell'umorismo di More; ha pubblicato dotti articoli su "The Life of Picus" e su Richard Morison, assoldato da Thomas Cromwell per macchiare la reputazione di Fisher e di More.
Firpo e Gabrieli hanno esaminato la fortuna di More in Italia. Il loro studio comprende gli artisti, come Circignani, detto Pomarancio: i ritratti che egli esegu dei martiri furono esaminati durante il processo di canonizzazione come testimonianze di un fervente culto che risaliva al Sedicesimo secolo (8).
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Sfogliando le pagine di Moreana si troveranno altri venti nomi di italiani moderni che hanno scritto su More: Gian Paolo Garavaglia, Gilberto Storari, Salvatore Camporeale, Sergio Rossi, Gianluigi Sanclemente, Pietro Pajardi, Gregorio Piaia, Maria Teresa Pintacuda Pieraccini, Mario Praz, Mario Pucci, Bruno Fortunato, la cui traduzione delle "Lettere" ha una prefazione di Giorgio Rumi.
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La rievocazione di More da parte di suo genero Roper  presente in due traduzioni italiane: una  dovuta a Marialisa Bertagnoni (insieme all'amica Loredana da Schio), l'altra a Joseph Cinquino, di Chicago, che ha anche tradotto in italiano una biografia di san John Fisher. Un attivissimo organismo di studio  il Gruppo di ricerca sull'Utopia riunito attorno ad Arrigo Colombo presso il dipartimento di filosofia dell'universit di Lecce. L'Utopia  anzitutto l'opusculum vere aureum di More, al quale Cosimo Quarta, uno studioso di quell'universit, ha dedicato un saggio che riassume molteplici analisi critiche e che fornisce una personale reinterpretazione. Fourier, Winstanley, Proudhon e altri utopisti sono studiati a Lecce, come lo  More, non scholae sed vitae, in vista di una societ pi giusta e pi umana (9).
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Un quadro completo di More e l'Italia includerebbe gli ambasciatori veneziani e quelli lucchesi che vivevano nella Londra di More (Andrea Ammonio, Antonio Bonvisi, Silvestro Gigli); i fumetti di A. Guerci nel Giornalino del 1982, sotto il titolo "Prima Dio poi il Re"; gli articoli apparsi nell'Osservatore Romano durante le fasi della canonizzazione (1929-1935); l'erezione della parrocchia di San Tommaso Moro martire nella periferia di Roma: il 19 maggio 1985, l'omelia del giubileo vi fu tenuta dal cardinale Pietro Palazzini. Le guide e gli scouts che assunsero i loro impegni quel giorno portavano ben visibile sui bracciali Time Trieth Truth, cio Il tempo fa emergere la verit.
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Questo motto degli Amici Thomae Mori  illustrato e rafforzato dalla presente edizione delle poesie latine: lette ormai in lingua italiana, esse completeranno l'immagine che offrono l'"Utopia", le lettere, il "Dialogo del conforto", le "Quattro cose ultime", il "Riccardo Terzo" e "Nell'orto degli ulivi". L'Italia ha inoltre la buona sorte di aver letto, fin dall'agosto 1535, l'"Expositio fidelis" sul processo e l'esecuzione di More, un documento in cui egli, sul patibolo, si dichiara fedele servitore del re, et principalmente del Signore Iddio (10).
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Monstra te esse patrem.
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La "deprecatoria" di Giovanni Pico, che ebbe grande diffusione in tutta Europa e fu tradotta da importanti scrittori (11), si chiude con questa preghiera: che l'anima umana, scoprendo Dio al di l della morte, lo trovi padre pi ancora che Signore (non Dominum, sed te sentiat esse patrem). Trasformando i 62 esametri in 84 pentametri, More non prolunga indebitamente la poesia di Pico: ma il verso finale gli ispira questo ampliamento:
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He may Thee find [...] not as a lord, but rather
As a very tender loving father (12).
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In prigione, More riprender queste parole per firmare cos una lettera: your very tender loving father, cio il vostro padre, teneramente affezionato (13).
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Sir John More.
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Se insistiamo su questo punto,  per sottolineare l'importanza che occupa John More, padre di Thomas, nell'anima, nella vita, negli scritti e persino nello stile del suo primogenito. Se More non parla mai di sua madre, il padre  presente anche nelle sue opere letterarie: "Richard Third, Dialogue Concerning Heresies" (almeno quattro episodi), "Apology". Nel suo epitaffio More invoca per se stesso la preghiera del lettore, ma destina suo padre al cielo: migravit in coelum. Ed elenca le virt di Sir John: homo civilis, suavis, innocens, mitis, misericors, aequus et integer (14). L'urbanit, nominata per prima, caratterizza l'uomo socievole, di compagnia, il cui umorismo si manifesta volentieri in paradossi. Tra le battute che suo figlio ha immortalato, la pi famosa  certamente questa:
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Sposarsi  come ficcare a caso la mano in un sacco in cui brulicano dei rettili, nella proporzione di sette vipere per una sola anguilla: fortunato colui che riesce ad afferrare un'anguilla! (15). Sospettare il pi piccolo indizio di misoginia in questo epigramma in prosa inglese significherebbe dimenticare che l'autore, quando Sir Thomas lo fece stampare (1529), viveva felice con la sua quarta moglie; Erasmo ci assicura che Thomas ha amato le sue tre successive matrigne quanto la madre naturale (16).
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Parlando dei quattro figli che gli ha dato la sua uxorcula Joanna, More ricorre a quest'espressione rivelatrice: Mihi dedit hoc [...] / Me vocet ut puer et trina puella patrem (epigramma 258). Secondo noi, la positiva esperienza che fece More sia come figlio sia come padre d un tono colorito alla parola "pater", ad esempio nell'epigramma che fa del re il padre dei suoi sudditi: Bonum principem esse patrem non dominum (epigramma 3).
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I magistrati utopiani patres appellantur, et exhibent (CW 4, p. 114/2), cio sono chiamati padri e si dimostrano tali. Che l'equazione fosse ovvia, e che Luigi Dodicesimo (morto nel 1515) avesse ricevuto il titolo di padre del popolo, nulla toglie alla portata del termine. Reginald Pole chiama More patrem patriae. Quando Erasmo, dopo aver detto che More beveva acqua, aggiunge illi patrium fuit, vuol precisare che era astemio non per motivi di salute o ascetici, ma semplicemente perch era figlio di John More (17).
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Questi, avvocato e giurista, insegn diritto britannico a Lincoln's Inn e la sua carriera di giudice lo port al pi alto gradino, il King's Bench, una specie di Corte suprema i cui membri occupavano a pieno diritto un seggio nel parlamento. Mor probabilmente alla fine del 1530. Agnes Granger, che egli aveva sposato nel 1474, gli diede sei figli, di cui Thomas fu il secondogenito (ma primo maschio ed erede). Non conosciamo con sicurezza la data della sua morte (1499?): gli psicanalisti che desiderano scoprire in Thomas i traumi dell'orfano fanno solo della pseudo-scienza.
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Giovinezza di More.
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Nato nel 1477 o 1478, More ricevette una solida formazione di base alla scuola Sant'Antonio di Londra. Verso i dodici anni divent paggio e venne educato nel palazzo dell'arcivescovo-cancelliere John Morton: alcuni stranieri ritenevano cinica questa consuetudine inglese di mettere i figli presso un focolare estraneo, ma gli Utopiani praticamente fanno la stessa cosa. Per il giovane Thomas questo soggiorno di circa due anni fu assai piacevole ed egli ricorda Morton con un'affettuosa ammirazione sia in "Utopia" che in "Richard Third" (18).
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La composizione degli epigrammi, o almeno la loro pubblicazione, cessa con l'ingresso di Thomas al servizio del re. A motivo della sua carica ufficiale, More  costretto a una riservatezza che si rivela anche nella sua corrispondenza. L'autore delle poesie qui pubblicate non  dunque Sir Thomas More: questo titolo non gli venne conferito che nel 1521, anno in cui si spos sua figlia primogenita Margaret ed egli divent vice tesoriere ("under-treasurer") del regno. La sua cavalleria, la sua "militia christiana", si esercit soprattutto nella polemica contro la nascente eresia e il suo primo capitano in questa battaglia non era altri che il suo sovrano, Enrico Ottavo, promosso al titolo di "Fidei Defensor" da papa Leone Decimo in quello stesso 1521. E' nel nome del re che More ha scritto la sua "Responsio ad Lutherum" il cui autore fittizio, sotto il nome di Gulielmus Rosseus, vive nella campagna romana quando invia il testo in Inghilterra con una lettera datata 3 agosto 1523.
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More  cancelliere del ducato di Lancaster a partire dal 29 settembre del 1525, quando si sposano le sue due figlie Elizabeth e Cecily. La famiglia si ingrandisce senza tuttavia sciogliersi, poich More ha lasciato (1524) la vecchia dimora cittadina per una bella e spaziosa casa nel villaggio di Chelsea. L nasceranno e cresceranno i nipoti: ne avr undici a partire dal 1532; e l More riceve il giovane messaggero che  il suo interlocutore nel primo e migliore dei suoi scritti polemici in inglese, "A Dialogue Concerning Heresies", pubblicato nel giugno 1529.
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Il lord cancelliere.
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Il 1529  in un certo senso l'"annus mirabilis" della carriera di More: la Pace di Cambrai, o delle Due Dame (agosto), che egli firma per conto dell'Inghilterra con il suo vescovo e amico Cuthbert Tunstall,  un tale successo che egli ne parla nel suo epitaffio. Il 25 ottobre riceve il sigillo di cancelliere supremo, ma non cercher di esercitare il potere che deteneva il suo predecessore, il cardinale Wolsey: si limita alle funzioni giudiziarie attinenti alla sua carica. D'altronde, il problema importante del regno, dal 1529 al 1532,  the King's Great Matter, cio il divorzio: il re aveva promesso a More che non vi sarebbe stato implicato, sapendo che questi per motivi di coscienza non era capace di approvarlo. Tuttavia More, in qualit di giurista, si rende conto della complessit del problema; egli sa che i canonisti sono divisi in merito alla soluzione e si astiene, adducendo come motivo la propria incompetenza, senza prendere posizione (19).
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Polemista cattolico.
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Il tempo libero del lord cancelliere viene occupato a ribattere a William Tyndale e alla marea sempre crescente degli scritti anticlericali, cio anticattolici, in lingua inglese. Quasi tutti i problemi sollevati dalla Riforma figurano nei sette volumi di polemica che More pubblica nel 1529-1533: il libero arbitrio con il suo corollario, cio la responsabilit dell'uomo nella sua condotta morale e davanti alla grazia: Dio bussa alla porta ed entrer solo se gli viene aperto 20; il culto della Beata Vergine Maria e dei santi, con immagini, reliquie, pellegrinaggi e altre espressioni della piet popolare; il posto dei sacramenti nella vita cristiana e di conseguenza il ruolo del ministero sacerdotale, e lo statuto del clero; la realt del purgatorio e la preghiera per i defunti; la traduzione della Bibbia in lingua volgare; la legittimit dei voti monastici; la fede e le opere di fronte al motto di Lutero sola fides; la presenza reale del Cristo nell'eucaristia; la legittimit delle leggi contro gli eretici, severe in Gran Bretagna, dove i lollardi sono perseguitati da oltre un secolo. Predominante su queste diverse matters of religion si trova la domanda Cosa  la Chiesa? (What is the Church?): More risponde incessantemente che il corpo mistico del Cristo  una societ visibile e riconoscibile, nella quale sono mescolati buoni e cattivi e i cui membri sono uniti grazie all'adesione allo stesso credo, alla comunanza degli stessi sacramenti e all'obbedienza alla stessa autorit. Ges, testa di questo corpo,  rappresentato da un vicario che ha il compito di assicurare l'unit, essenziale per la Chiesa: quest'ultima  l'interprete autorizzata della parola di Dio che ci  rivelata dalle Scritture e dalla tradizione orale.
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L'unit della Chiesa.
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L'indissolubilit del matrimonio non  stata la causa del martirio di John Fisher e di Thomas More: Enrico Ottavo (che per ogni suo divorzio trov motivi di invalidit canonica), Cranmer e Cromwell non la ponevano in discussione. Quello che More afferma con lo spargimento del suo sangue, e in modo decisamente esplicito davanti ai suoi giudici il primo luglio 1535 (21),  che l'Inghilterra, provincia della cristianit, non ha il diritto di legiferare in antitesi con la Chiesa universale e che il parlamento non ha alcuna autorit in materia di sacramenti, che sono di pertinenza del potere spirituale. Egli rifiuta sia lo scisma sia il cesaropapismo e muore sia per la libert della Chiesa inglese contro l'intromissione dello Stato sia per l'unit della Chiesa romana. Questo rifiuto lo porta in prigione il 17 aprile 1534 ed egli ringrazia il re per questa detenzione, propizia al raccoglimento e alla solitudine con Dio.
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Ogni uomo prigioniero.
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La poesia 119, "In huius vitae vanitatem", potrebbe intitolarsi "Tota-terra carcer est". Essa annuncia quasi profeticamente un paradosso che More doveva riprendere a met del cammino della vita, nelle "Four Last Things" (1522), e poi sviluppare in venti pagine del "Dialogue of Comfort" scritto nella Torre (1534). Nel 1522 comincia con la metafora ormai classica: la vita  uno spettacolo teatrale, che More adopera in "Richard III" e in altre opere e Shakespeare sviluppa nel famoso soliloquio di "Come vi piace": All the world's a stage / And all the men and women merely players. More introduce un'impronta pi personale e sfrutta pi a fondo la parabola carceraria. Ecco la traduzione di V. Gabrieli:
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Lasciamo l'esempio degli spettacoli e degli attori, che son troppo allegri per questo argomento. Ti mostrer un'immagine pi seria della nostra condizione, ed essa non sar una finta rassomiglianza ma una veracissima effigie del nostro onorevole stato. Nota bene questo, giacch della cosa siamo certissimi, che vecchi e giovani, uomini e donne, ricchi e poveri, principe e paggio, per tutto il tempo che viviamo in questo mondo altro non siamo se non prigionieri, chiusi in un carcere di sicurezza da cui nessuno pu fuggire. E siamo in condizioni peggiori di quelli che sono arrestati e imprigionati per furto.
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Essi, infatti, pur in ansiosa attesa del processo, hanno qualche speranza o di evadere nel frattempo, o d'esser liberati per speciale privilegio, o hanno qualche speranza di esser graziati dopo la condanna. Ma noi ci troviamo tutti in un ben diverso frangente: siamo certissimi d'esser gi condannati a morte, chi a una morte chi a un'altra, nessuno pu dire quale morte ci sia riservata, ma sicuramente possiamo tutti dire che morire dobbiamo. E sappiamo evidentemente che da questa morte non c' grazia di sorta che ci salvi. Giacch il Re, dalla cui sovrana sentenza siamo condannati a morire, non grazierebbe da questa morte neppure suo Figlio. Quanto a fuggire, nessuno pu sperarlo (22).
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Essendo il re, Dio  il supremo carceriere:  quindi a Dio che il re Davide, anch'egli prigioniero, si rivolge nel salmo Dove potrei andare lontano dal tuo spirito e dove fuggirei dal tuo cospetto? (138,7): come per dire, in nessun luogo, cos non c' rimedio (23).
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More prosegue inesorabilmente nella sua meditazione sopra la condizione umana, che sarebbe triste e tragica anche se l'attore e governatore supremo non fosse un Padre saggio e amorevole. E' in questa luce che occorre leggere anche la "Supplication of Souls" (1529): i defunti vi descrivono il purgatorio come una prigione, di cui i diavoli sono i carcerieri. Il lettore del Ventesimo secolo tende a respingere quest'immagine cupa, ma per More il diavolo, essendo anche lui prigioniero, non pu impedire agli angeli di venire a confortare le anime purganti e, soprattutto, la prigione della Chiesa che si purga non  che l'anticamera del paradiso.
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La ricorrenza di questo tema  meno impressionante dell'insistenza con cui More lo sviluppa: due capitoli nel "Dialogue of Comfort" (111, 19-20), che occupano 18 pagine dell'edizione italiana. Antony, che  stato prigioniero dei turchi, sdrammatizza quest'episodio collocandolo nella condizione universale del genere umano: al di fuori di ogni sofisma [...], ogni uomo senza eccezione  proprio prigioniero in un vero carcere (24); ogni uomo senza eccezione [...] nella stessa condizione nella quale si trovano gli altri [...] condannati a morte (25).
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Ci si deve quindi rallegrare che Domenico Regi, il quale certamente non aveva letto nessuna delle opere di More in inglese, abbia scelto a preferenza di qualsiasi altro, citandolo in latino e traducendolo, l'epigramma che egli credeva composto in carcere. Poich la sua versione  meno famigliare di quelle di F. Battaglia o di L. Firpo, malgrado le frequenti riedizioni della "Vita", riportiamo per intero il sonetto corrispondente al componimento originale, conservando la grafia e la punteggiatura del Seicento:
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E' un carcer tutto il mondo, in cui astretti,
Condennati viviamo, e non vi  scampo:
Come de' carcerati  vario il campo;
Varia  la condition, son varii i tetti.
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Tiranneggia qu gi gli humani affetti
L'orror del ceppo, e del diadema il lampo;
Ci dia questo alterigia,  l'altro inciampo,
Sol fia, che quindi affanni ognuno aspetti.
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Passeggia un prigioner, l'altro h la pianta
Col ferro incatenata; e l un teme,
Regna quel, si duol questi, e l'altro canta.
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E' qu scritto  l'uscir,  pena,  speme;
E chi parte di l nel Ciel si ammanta;
O pur cade nel fuoco, e sempre geme.
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Regi immagina che More abbia composto in carcere questi versi che cos bene se addatavano alla sua condizione (Milano, G. Monti, 1681, p. 258). La sua traduzione li indirizza verso il cielo, ma in realt l'assenza di Dio  una caratteristica degli epigrammi, che contrastano con le opere scritte da More nella Torre, "in umbra mortis". Il loro accento profano  coerente con gli altri scritti in latino del giovane More, cio le traduzioni e imitazioni di Luciano cos come la sua corrispondenza con Erasmo.
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Alcune poesie latine portano tuttavia, come l'"Utopia", il segno della fede cristiana concreta nella quale vivono i lettori, cio del Vangelo, la "nova lex" del Cristo messa in "nova lux" dall'edizione del Nuovo Testamento (epigrammi 255-257). L'immagine del re come pastore del suo gregge si trova in Omero ma molto pi spesso nella Bibbia, dall'epopea di Davide (2Sam., capitoli 7,12,24) fino all'Ego sum pastor bonus di Ges (Gv 10, 11) e al Pascite gregem voluntarie di san Pietro (1Pt 5,2).
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Conclusione.
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Una possibilit supplementare di questa traduzione  che essa servir da stimolo a una versione francese, che non  ancora in progetto: solo la lettera-prefazione di Beato Renano  stata tradotta e annotata, con grande cura, da Robert Walter (Moreana 95-96 [19871, pp. 149-158). E poich l'edizione italiana  una prima tra le lingue romanze, pu influenzare allo stesso modo la traduzione spagnola che le Ediciones Rialp hanno annunciato: il "Dialogo" di Castelli e "Nell'orto" di Bertagnoni serviranno da modello per le versioni che compariranno in altre lingue.
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Il 1494 fu per l'Italia un "annus horribilis", con l'invasione francese, la morte del grande Pico e altre tragedie. Il 1994 che vedr ultimata, "Deo volente", l'edizione delle "Complete Works of Saint Thomas More", metter a disposizione del pubblico italiano anche quella raccolta poetica straordinariamente varia senza cui non  possibile vedere in More l'uomo completo che Pio Undicesimo lodava il 19 maggio 1935 nell'omelia della canonizzazione.
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NOTE.
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Nota 1. CW, 4,2/9-10, cio il volume IV di "The Complete Works of St. Thomas More", Yale University Press. Cfr. "Utopia": testo latino e versione italiana di Luigi Firpo (Vicenza, 1978, p. 285): Con questa mirabile predisposizione naturale, cosa non ci avrebbe dato un tale ingegno, se avesse potuto formarsi in Italia?.
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Nota 2. Cfr. John F. D'Amico, "Theory and Practice in Renaissance Textual Criticism", University of California Press, 1988.
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Nota 3. In "The Works of Sir Thomas More", London, 1557, la prosa occupa 20 pagine, i versi ne occupano 14, delle quali pi di due riservate a "A prayer of Picus Mirandula unto God" (32-34).
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Nota 4. Salute, fra tutti gli amici amicissimo, e a me giustamente carissimo, dice l'"incipit" nella traduzione di Marialisa Bertagnoni in "Idea di Thomas More", a cura di Angelo Paredi e altri, Vicenza, 1978, p. 138.
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Nota 5. "Il Carteggio" (1925-1962) tra don Giuseppe De Luca e Giuseppe Prezzolini e pubblicato da Prezzolini (Roma, 1975) contiene una lettera del 31 luglio 1939 in cui il sacerdote chiede all'amico - un miscredente completo e assoluto, all'epoca docente alla Columbia University - una biobibliografica notizia su Daniel Sargent che insegnava allora all'universit Harvard. Su don De Luca (scomparso il 19 marzo 1962) vedi Moreana, 36,111-13 e 37,63-65.
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Nota 6. Poich monsignor Castelli  morto il 6 marzo 1971, "Il Dialogo del conforto" (Roma, 1970) fu il suo canto del cigno. Egli  ripetutamente ricordato in Moreana, 30,15-24; le sue note sul "Dialogo" citano e traducono almeno sei epigrammi di More (pp. 246, 256, 260, 306, 314) senza contare due strofe ispirate a Pico (p. 351).
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Nota 7. Marialisa Bertagnoni inviava regolarmente una lettera da Vicenza a Moreana, segnalando tutto quello che in Italia riguardava More o i suoi amici: libri, teatro, film, articoli, iconografia, trasmissioni radiofoniche, congressi e altri avvenimenti. L'ultima "Lettera", quasi conclusa quando essa mori (6 luglio 1989), fu pubblicata nel 1990 in Moreana, 104, un numero speciale ricco di contributi italiani, poich Luigi Firpo era scomparso quattro mesi prima (2 marzo 1989). Marialisa amava ricordare il suo debito nei confronti di Firpo, come verso Giuseppe De Luca e Alberto Castelli per i loro scritti e i loro incoraggiamenti.
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Nota 8. Alcuni ampi saggi di Gabrieli in La Cultura erano vere e proprie monografie, di 39 pagine nel vol. 3 (1965) e di 36 nel n. 3-4 dei vol. 17 (1979). E i lavori editoriali, quelli di traduzione e commento che ha compiuto con Giorgio Melchiori sul dramma elisabettiano "Sir Thomas More" godono di grande credito tra gli specialisti. La sua traduzione delle "Quattro cose ultime" in La Cultura, 15, 4 (1977),  preceduta da dieci pagine introduttive. In esse vediamo citata una lettera scritta nel 1517 da Nicola Segundino, segretario dell'ambasciatore veneziano Giustinian, che contiene questi elogi di More: l'uomo pi saggio e virtuoso e dedito alla giustizia d'Inghilterra (p. 452). All'epoca More  "undersheriff" di Londra e i suoi epigrammi sono nelle mani di Erasmo, pronti per la pubblicazione. La rivista English Miscellany, fondata da Mario Praz, ha pubblicato due saggi basilari su More, opera di H. W. Donner (1952) e di R. J. Schoeck (1969).
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Nota 9. L'indirizzo di questo Centro, che organizza numerosi congressi internazionali e cura pubblicazioni, : Dipartimento di Filosofia, Palazzo Parlangeli, Via M. Pasubio, 73100 Lecce.
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Nota 10. La lettera del cardinale Niccol Schnberg o.p. al cardinale Marino Caracciolo  citata in Moreana 26,36-38 e in "Idea di Thomas More", p. 150.
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Nota 11. In francese da Joachim du Bellay e Louis de Masures, in greco da Frdric Morel. La si trova in molte edizioni (ad es. Parigi 1499) delle lettere di Pico e in molte antologie spirituali come "De flenda cruce" di B. Pallavicini (Vienna, 1511) e "De Christi passione" di G. della Valle (Vienna, 1516).
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Nota 12. L'ultima riga di "The Life of John Picus"  in "The English Works of Sir Thomas More", London, 1931, p. 34; l'edizione critica (CW 1)  prevista per il 1995. L'idea non  nuova: san Pietro Crisologo, nel suo "Sermo 108", scrive: Non tam Dominus esse vult quam Pater (Migne, Pl. 52, col. 499). E Ges indica il cammino nella preghiera quando Pater Domine (Mt 11,25)  seguito dal solo Pater ripetuto tre volte.
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Nota 13. E. F. Rogers, "The Correspondence of Sir Thomas More", Princeton, University Press, 1947, p. 559: abbiamo citato la traduzione di A. Castelli (p. 116). Pieraccini, in "Lettere della prigionia", Torino, 196 1, scrive: Il padre tuo che ti ama teneramente (p. 108). Fortunato, in "Lettere", Brescia, 1987, propone: Tuo padre, che teneramente ti ama (p. 254).
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Nota 14. Angelo Paredi traduce con uomo gentile, arguto, candido, mite, comprensivo, giusto, integerrimo in "Vita di Tommaso Moro", Milano, 1987, p. 10. L'elenco suggerisce, sul piano dei valori umani e sociali, quello che More, alla vigilia della sua esecuzione, tradurr in preghiera: E dammi, Signore, un animo umile, docile, mite, remissivo, paziente, caritatevole, indulgente, sollecito, comprensivo ("Idea di Thomas More", p. 143); in inglese: And give me, good Lord, an humble, lowly, quiet, peaceable, patient, charitable, kind, tender, and pitiful mind (CW 13, p. 229/31-32).
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Nota 15. CW 6, p. 158/28-34: ye should put your hand into a blind bag full of snakes and eels together, seven snakes for one eel. Sir John dice questo merrily. Vedi il nostro saggio "L'Humour de Saint Thomas More", Carmel, 55 (1989/4), 26-38.
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Nota 16. La lettera a Ulrich von Flutten, in cui Erasmo parla prima (1519) delle tre mogli, poi, meglio informato, delle quattro di Sir John (stesura riveduta del 1521),  tradotta da M. Bertagnoni in "Idea di Thomas More", pp. 101-111: Pochi al mondo vivono in buona armonia con la propria madre come lui con la matrigna (p. 107).
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Nota 17. Ha sempre preferito bere acqua, come del resto suo padre ("Idea", p. 103). Il termine patrium suggerisce anche la patria, ma l'Inghilterra di Enrico Ottavo non era tanto astemia. More, davvero europeo, davvero cittadino del mondo (come ogni umanista cristiano degno di questo nome) era un fervente patriota (senza essere nazionalista come saranno gli artefici dello scisma anglicano): i suoi sferzanti epigrammi contro il re di Scozia (nn. 183, 184) e contro Germain de Brie (nn. 266-269) non sono esercitazioni retoriche, ma sgorgano dall'indignazione provata durante la guerra del 1512-1513.
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Nota 18. Cfr. CW 2, p. 90/23ss. e CW 4, da p. 59/23 a p. 86/6.
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Nota 19. More, nella sua lettera a Cromwell del 5 marzo 1534, insiste sul fatto che egli si  informato nei limiti del possibile e che non contesta il risultato (Rogers, pp. 494-497). La complessit del problema risalta dalle 1346 pagine di Edward Surtz dal titolo: "Henry Ottavo's Great Matter in Italy: an Introduction to Representative Italians in the King's Divorce, Mainly 1527-1538", Chicago, 1974.
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Nota 20. Egli stesso sta sempre alla porta del cuore dell'uomo e batte, e prego Iddio che l'ascoltiamo e lo lasciamo entrare ("Le quattro cose", p. 478: il testo reca prega, che dev'essere un refuso poich il testo inglese dice I pray). L'immagine del Cristo in piedi che batte alla porta  evidentemente quella di Ap 3,20, che More cita pi esplicitamente in altre opere: Lo, I stand at the door knocking (CW 11, p. 85; CW 8, pp. 474, 521, 747). Qui il testo : the knocking of Our Lord, which always standeth at the door of man's heart and knocketh, whom I pray God we may give ear unto and let him in ("English Works", p. 83). L'immagine  famigliare grazie al celebre quadro di Holman Hunt, "Light of the World", i cui originali si trovano nella cattedrale di San Paolo a Londra e nel Keble College a Oxford, con alcune varianti di mano dello stesso artista.
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Nota 21. Nel rapporto del luglio 1535 pubblicato in appendice a "Lifie of More" di N. Harpsfield, ed. da E. V. Hitchcock, Oxford, 1932, More espone chiaramente le proprie obiezioni all'Atto di supremazia reale: lo non ho letto in nessun dottore approvato dalla Chiesa che un laico possa e debba essere a capo della spiritualit (p. 263); il vostro decreto  illecito, poich voi avete professato e giurato di non fare mai nulla contro la Chiesa, la quale  in tutta la cristianit unica e intera, non divisa (p. 264).
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Nota 22. "Le quattro cose ultime", p. 480; lo sviluppo dell'idea occupa l'intera pagina 481.
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Nota 23. "English Works", p. 84.
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Nota 24. "Dialogo del conforto", p. 300. Cfr. CW 12: every man universally is a very prisoner in very prison plainly, without any sophistication at all (p. 263/17-19).
Nota 25. Castelli, p. 304. Cfr. CW 12: perceive that this whole earth is not only for all the whole kind of man a very plain prison in deed, but also that every man without exception [...] stand [sic] in the most fearful and odious case, that is to wit condemned already to death (da p. 269/23 a p. 270/7).
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SCHEDA BIOGRAFICA.
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1474. John More, magistrato di piccola nobilt, sposa (24 aprile) Agnes Granger, che in sette anni (1475-1482) gli dar alla luce sei figli.
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1477. Da quelle nozze, secondogenito dopo la sorella Joan, il 7 febbraio 1477 (o 1478) nasce a Londra Thomas More.
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1490. More entra come paggio in casa di John Morton, cancelliere d'Inghilterra e futuro cardinale, per impararvi la disciplina e le buone maniere.
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1492. All'Universit di Oxford segue gli studi di umanit.
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1493. Nel New Inn di Londra inizia lo studio del diritto.
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1496. Si trasferisce (12 febbraio) da New Inn al pi prestigioso Lincoln's Inn, perfezionando la sua preparazione giuridica. Vi rester fino al 1500.
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1497. Muore (primo settembre) Henry Abyngdon, organista del re, e More compone tre epigrammi funebri in suo onore (nn. 159, 160 e 161), altri due suoi epigrammi (nn. 273 e 274) appaiono a stampa ad Anversa in una grammatica latina per fanciulli intitolata "Lac puerorum". Si tratta delle sue prime composizioni databili.
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1499. Nel giugno Erasmo sbarca in Inghilterra, dove si tratterr fino al gennaio 1500. In agosto More lo conduce a rendere omaggio al principe Enrico (il futuro Enrico Ottavo), allora in et di otto anni, al quale entrambi i visitatori offrono versi. Inizia da quell'incontro la loro fervida amicizia.
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1501. Assiste nella cattedrale di San Paolo alle fastose nozze (14 novembre) tra il principe di Galles Arturo e l'infanta Caterina d'Aragona, che descrive nella sua prima lettera superstite. Ammesso alla professione forense, d lezioni di diritto a Furnival's Inn, una scuola dipendente da Lincoln's Inn; assolver tale incarico fino al 1517. Prende stanza presso la Certosa di Londra, dividendo la severa vita dei monaci, per saggiare la propria vocazione ascetica.
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1502. Approfondisce lo studio del greco e gareggia con William Lily nel tradurre in versi latini diciotto carmi tratti dall'"Anthologia Planudea"; col titolo di "Progymnasmata" li pubblicher nel 1518 in apertura della raccolta dei propri "Epigrammata".
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1503. La regina Elisabetta muore di parto (11 febbraio) in et di 37 anni; More detta in inglese un'elegia di compianto ("A Ruefel Lamentation") sui mali del tempo. Thomas Granger, nonno materno di More, assume (11 novembre) la carica di sceriffo di Londra.
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1504. Si apre (21 gennaio) la sessione del Parlamento; More vi siede alla Camera dei Comuni. Dopo l'ottobre (e non oltre il gennaio 1505) sposa la diciassettenne Jane Colt, figlia maggiore di un gentiluomo di campagna dell'Essex; ha deciso di rinunciare al monastero per timore di cedere alla concupiscenza. La coppia si installa nel sobborgo di Bucklersbury sul Tamigi, nella casa detta "The Barg"e (La scialuppa), dove More abiter fino al 1524.
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1505. Probabilmente il primo gennaio offre quale strenna la propria versione inglese della biografia di Giovanni Pico della Mirandola (dettata dal nipote Gianfrancesco) all'amica d'infanzia Joyce Lee (Leigh), che ha preso a Londra il velo delle clarisse. La versione sar poi stampata a Londra intorno al 15 10. Erasmo sosta per qualche mese in Inghilterra, ospite di More, e gareggia con lui nel tradurre alcuni dialoghi di Luciano; al secondo si debbono le versioni del "Cinico", dell'"Incredulo", del "Negromante" e del "Tirannicida"; a quest'ultimo testo More allega di suo una confutazione accademica. Circa in settembre nasce la primogenita Margaret, la prediletta Marget o Meg, colta, affettuosa e devota (m. 1544), che viene allattata da mother Giggs insieme con la sorella di latte Margaret Giggs, che More crescer in casa propria come una figlia.
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1506. More dedica (aprile) la propria versione di Luciano al prelato e diplomatico Thomas Ruthal (m. 1523), che sar dal 1509 vescovo di Durham; insieme alle traduzioni di Erasmo, quelle di More vedono la luce a Parigi, il 6 novembre, dai torchi di Josse Bade. Nasce la seconda figlia Elizabeth.
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1507. Fino al 29 settembre More  "pensioner" di Lincoln's Inn, dove assume poi funzione di "butler" (maestro di casa). Nasce la terza figlia Cecily.
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1508. Probabilmente nell'autunno compie il suo primo e breve viaggio sul continente, dove visita le Universit di Parigi e Lovanio, interessandosi ai programmi e ai metodi didattici.
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1509. Muore a Richmond (21 aprile) Enrico Settimo; l'incoronazione di Enrico Ottavo e di Caterina d'Aragona (sposi il 1 giugno) ha luogo a Westminster il 24; More detta per l'evento un "Carmen gratulatorium" in cinque componimenti latini (nn. 19-23). In agosto, reduce dall'Italia, giunge in Inghilterra Erasmo, il quale, ospite in casa di More, vi compone l'"Elogio della follia". In settembre More rappresenta i negozianti di Londra (la "Mercers' Company", che il 21 novembre lo accoglier fra i suoi membri) nelle trattative con la citt di Anversa. Nasce John, quarto ed ultimo figlio, l'unico maschio, che morir nel 1547.
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1510. More rappresenta la City di Londra (21 gennaio) nel primo Parlamento convocato da Enrico Ottavo. E' chiamato (3 settembre) alla carica di vice-sceriffo di Londra; sieder ogni gioved mattina per giudicare le cause spicciole del tribunale municipale. E' nominato docente (22 ottobre) a Lincoln's Inn per il ciclo di lezioni autunnale. Il cognato John Rastell (marito della sorella Elizabeth) stampa a Londra la versione di "The Life of John Picus Erle of Mirandula".
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1511. Dai primi d'aprile Erasmo  daccapo ospite di More, cui dedica (9 giugno) l'"Elogio della follia", destinato a vedere la luce ad Anversa l'anno seguente. Tra il luglio e l'agosto muore, a soli 23 anni, la moglie Jane; dopo un solo mese di vedovanza, certo spinto dalla necessit di affidare a cure responsabili i suoi quattro bambini, si accasa con la quarantenne Alice Middleton, da due anni vedova di un "mercer" londinese, che ha con s una figlia grandicella. Continua i corsi autunnali a Lincoln's Inn.
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1512. Nel febbraio-marzo  daccapo deputato di Londra ai Comuni nel secondo Parlamento di Enrico Ottavo.
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1513. E' chiamato (13 settembre) a far parte di una commissione incaricata di provvedere al restauro del ponte di Londra. Inizia la stesura della "History of King Richard Third", cui non dar l'ultima mano e che vedr la luce postuma nel 1641.
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1514. Raggiunge a Lincoln's Inn (primo novembre) il massimo grado accademico di "lent reeder".
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1515. Chiamato a far parte (7 febbraio) della missione diplomatica inglese incaricata di negoziare nei Paesi Bassi il rinnovo dei patti commerciali, More figura fra i destinatari delle istruzioni regie (7 maggio). Partito da Londra il 12, insieme al segretario personale John Clement, giunge a Brugge il 17 e l, poco pi tardi, rivede Erasmo. Nelle pause delle difficili trattative ha occasione di recarsi per consultazioni a Magonza (primo luglio), a Tournai, e di visitare a Malines (agosto) Hironymus Busleyden, nella sua splendida casa-museo.
In settembre soggiorna ad Anversa presso Pieter Gilles, segretario della citt, e in quello scenario colloca il dialogo del libro secondo di Utopia, vergato appunto in quei mesi. Tornato a Brugge, il 20 ottobre vi data la lunga lettera polemica diretta a Martin van Dorp in difesa di Erasmo. Bench compreso nella rinnovata commissione regia del 2 ottobre, More non attende la firma del nuovo trattato politico e commerciale fra Inghilterra e Borgogna (sottoscritto soltanto il 24 gennaio 1516); il 23 ottobre aveva lasciato Brugge, il 24 era a Gravelines, diretto a Calais per l'imbarco verso la patria.
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1516. Scrive ad Erasmo (febbraio) di aver ricusato una pensione regia, che avrebbe compromesso la sua indipendenza professionale al servizio della "Mercers' Company". Nel primo semestre stende il libro 1 di "Utopia". E' nominato (10 giugno) consigliere legale della Commissione annonaria di Londra. Nuova sosta a Londra di Erasmo (dal 20 giugno), sempre ospite di More, che lo accompagner sulla via del ritorno fino a Rochester (21 agosto). In vista della pubblicazione, il 3 settembre, spedisce ad Erasmo il testo compiuto di "Utopia", distinta ancora con il titolo originario "Nusquama"; il 2 ottobre l'amico gli assicura il proprio interessamento per la stampa. Affidata al tipografo-editore Thierry Martens di Lovanio, l'"Utopia" vede la luce nel dicembre.
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1517. Il 4 gennaio un esemplare di "Utopia" a stampa  nelle mani di Lord Mountjoy, a Tournai. Nel marzo More  chiamato a far parte della commissione di vigilanza su pesi e misure e di quella delle decime. Una deliberazione regia (26 agosto) designa More con due colleghi (che tutti insieme il re qualifica "our counciliours") a rappresentare l'Inghilterra in una controversia con la Francia per questioni di pirateria. La missione conduce More a Calais ai primi di settembre; dal 29 di quel mese corre lo stipendio di 100 sterline annue assegnatogli quale consigliere reale. Thomas Lupset cura a Parigi la seconda edizione di "Utopia" impressa (ottobre?) da Gilles de Gourmont. More rientra a Londra (20 dicembre).
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1518. Johann Froben stampa a Basilea (marzo) la terza e definitiva edizione di "Utopia", che reca in calce, con autonomo frontespizio, l'edizione principe degli "Epigrammata". Dal 5 marzo More risulta al servizio del re, quale membro del Consiglio privato, e al cadere d'aprile Erasmo gli scrive col rammarico di vederlo allontanato dagli studi e dagli amici. More si dimette (23 luglio) dalla carica di vicesceriffo.
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1519. Scrivendo ad Ulrich von Hutten (23 luglio), Erasmo delinea un affettuoso e lusinghiero ritratto di More. Gli eredi di Filippo Giunta ristampano a Firenze (luglio) la versione di Luciano e l'"Utopia".
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1520. E' chiamato (8 aprile) a far parte della commissione incaricata di ricevere l'imperatore e di rinnovare il trattato commerciale con l'Impero; muove da Greenwich (21 maggio), al seguito del re, per incontrare a Dover Carlo Quinto; si imbarca (31 maggio) col re per l'incontro con Francesco Primo di Francia (campo del Drappo d'oro, 7-24 giugno). Designato (10 giugno) a trattare gli accordi commerciali con le citt anseatiche, si reca a Brugge (25 luglio), dove incontra Erasmo e Vives. Froben stampa a Basilea (dicembre) l'edizione definitiva degli "Epigrammata".
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1521. E' nominato (2 maggio) cancelliere dello Scacchiere e vice-tesoriere d'Inghilterra; il suo stipendio annuo ascende ora a 173 sterline;  insignito del titolo di cavaliere, che lo autorizza a portare la collana d'oro con le S intrecciate e la rosa araldica dei Plantageneti. La figlia Margaret, sedicenne, sposa (2 luglio) William Roper (1496-1578), un giovane avvocato destinato a scrivere la prima e pi sensibile biografia di More. E' chiamato (25 luglio) a far parte di una missione diplomatica, che sbarca a Calais il 2 agosto e raggiunge Brugge il 14; l si intrattiene con Erasmo, Vives e Gaspare Contarini; trascorre parte di settembre a Calais e il 14 ottobre  rimandato in Inghilterra per riferire al re.
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1522. Convalescente da un'epidemia, riceve in dono dal re (8 maggio) la tenuta di South nel Kent. Recita a Londra (6 giugno) l'orazione ufficiale di benvenuto all'imperatore Carlo Quinto. Intraprende, in gara con la figlia Margaret, un trattato ascetico su "The Four Last Things", che lascer incompiuto e verr pubblicato postumo nel 1557.
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1523. Con lo pseudonimo Ferdinandus Baravellus firma (13 febbraio) la dedica di una sua polemica "Responsio" contro Lutero; l'opera avr una seconda edizione in settembre, con un'aggiunta di 60 pagine, sotto il nuovo pseudonimo di Gulielmus Rosseus. E' eletto (15 aprile) "speaker" della Camera dei Comuni nel quarto Parlamento di Enrico Ottavo.
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1524. Si installa, prima dell'ottobre, nella sua nuova, grande casa di Chelsea sul Tamigi.  nominato (10 giugno) "high steward", cio patrono e censore, dell'Universit di Oxford.
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1525. Recita a Windsor (6 giugno) l'orazione di benvenuto al nuovo ambasciatore di Venezia Lorenzo Orio. Negozia e conclude (28-30 ago sto) la tregua con la Francia. Si celebrano (29 settembre) le nozze simultanee della figlia Elizabeth con William Daunce e della figlia Cecily con Giles Heron, di cui More era tutore dal marzo 1523 e che per la sua fedelt al cattolicesimo finir sul patibolo nel 1540; lo stesso giorno assume le funzioni di cancelliere del ducato di Lancaster. E' nominato (novembre) "high steward" anche dell'Universit di Cambridge.

1526. Ai primi dell'anno Margaret Giggs (1505-1570), figlia adottiva di More, sposa John Clement (m. 1572) gi precettore nella sua casa. Lascia (24 gennaio) l'ufficio di cancelliere dello Scacchiere. Rientra (14 luglio) da una breve missione diplomatica in Francia. Il re gli concede (19 novembre) una prebenda ecclesiastica a Westminster. Giunge ospite a Chelsea il grande pittore Hans Holbein, che ritrarr l'intero gruppo di famiglia e fisser le sembianze di More in una celebre tavola.
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1527. E' nominato (25 aprile) membro della commissione destinata a negoziare la pace con la Francia; al seguito del card. Wolsey, lascia Londra (3 luglio), sbarca a Calais (11 luglio), sosta ad Amiens e a Compigne e il 24 settembre si imbarca per il rimpatrio. Il re gli rivela (ottobre) la propria decisione di ottenere il divorzio; More si schermisce, sostenendo che si tratta di un affare da teologi e da canonisti.

1528. Il vescovo di Londra Cuthbert Tunstall incarica More (marzo) di confutare le tesi dei riformati. Recita a Greenwich (29 dicembre) l'orazione di benvenuto per il nuovo ambasciatore veneto Ludovico Falier. Fa restaurare a sue spese una cappella nella chiesa d'Ognissanti a Chelsea.
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1529. Insieme a Tunstall  designato (30 giugno) a rappresentare l'Inghilterra alla conferenza di Cambrai con la Francia; lasciata Londra il primo luglio, il 4  a Calais e il 5 a Cambrai, dove il 3 agosto viene firmata la Pace delle Dame; il 20 More ne d relazione al re. John Rastell stampa a Londra (giugno) il "Dialogue Concerning Heresies". William Rastell (1508-1565), figlio del precedente, pubblica a Londra (settembre) "The Supplication of Souls". Caduto in disgrazia il card. Wolsey, More riceve a Greenwich (25 ottobre), dalle mani del re, il Gran sigillo e diventa cancelliere del regno; il suo stipendio sale a oltre 400 sterline annue. All'apertura del Parlamento (3 novembre) presiede "ex officio" la Camera dei Lords. Il figlio John sposa Anne Cresacre (1511-1577).
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1530. Rivede e completa il "Dialogue Concerning Heresies", in vista di una
 nuova edizione. Ai primi di dicembre si spegne il padre, John More.

1531. William Rastell pubblica (maggio) la seconda edizione del Dialogue contro le eresie. Nasce a Chelsea (8 agosto) il nipote e figlioccio Thomas More (m. 1606).
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1532. Adducendo a pretesto la cattiva salute, l'eccesso di lavoro e il compenso insufficiente, si dimette (16 maggio) dalla carica di cancelliere e il 19 consegna al re il Gran sigillo; in realt, non si sente di appoggiare la condotta del sovrano nella questione del divorzio. Pubblica presso W. Rastell la prima parte (libri I-III) della "Confutation" delle tesi dell'eretico William Tyndale. Sottoscrive (7 dicembre) "A Letter Impugning the Erroneous Writing of John Fryth", in difesa della transustanziazione, che W. Rastell stamper pochi mesi dopo. Costruisce la tomba di famiglia nella chiesa di Chelsea e vi trasporta i resti della prima moglie; un affettuoso epitaffio esprime la volont di riposare accanto alle sue due consorti.

1533. Il nipote Rastell pubblica (aprile) la diffusa "Apology" con cui More respinge le accuse di aver usato eccessiva durezza nella repressione dell'eresia. Anna Bolena viene incoronata regina a Westminster (l' giugno): More si esime dall'assistere alla cerimonia. Al cadere dell'anno ancora il Rastell stampa "The Debellation of Salem and Bizance" contro gli errori dottrinari di Christopher Saint-German. Inizia (settembre) la stesura di "The Answer to a Poisoned Book [...] Named the Supper of the Lord", opera di John Frith; Rastell lo dar in luce l'anno seguente. Lo stesso Rastell stampa la seconda parte (libri IV-Ottavo) della "Confutation" di Tyndale.

1534. Ha gi redatto (marzo) una buona met del "Treatise on the Passion", che apparir in luce postumo nel 1557. Invitato a prender posizione netta nella controversia sul divorzio reale, si presenta (13 aprile) al palazzo arcivescovile di Lambeth e rifiuta di sottoscrivere l'Atto di successione (votato dai Lords il 23 marzo), non per la parte che legittima la successione dei discendenti dalle nuove nozze del re, ma per il preambolo che proclama la supremazia sovrana sulla Chiesa d'Inghilterra e instaura, di fatto, lo scisma.
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Viene carcerato (17 aprile) nella Torre di Londra; ammalato, sofferente, ma sereno,  confortato dalle affettuose visite della figlia Margaret; compone vari scritti di meditazione e di ascesi religiosa. Nel corso di quattro drammatici interrogatori (30 aprile, 7 maggio, 3 e 14 giugno) tiene testa con pacata fermezza alle minacce e alle blandizie dei giudici asserviti al monarca. Viene condannato a morte (Westminster, primo luglio) sotto l'imputazione di aver parlato del re in modo malizioso, traditoresco e diabolico.
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Scrive (5 luglio) l'ultima lettera a Margaret, benedicendo tutti i suoi cari. Il 6 luglio, alle 9 del mattino, viene decapitato sulla Tower Hill per gentile concessione del re, che gli risparmia l'impiccagione inflitta ai traditori; la sua testa mozzata viene esposta sul Ponte di Londra, rimpiazzando quella del cardinale John Fisher, che era stata troncata il 22 giugno.
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Un'ondata di sdegno e di commiserazione corre l'Europa: una "Expositio fidelis" del suo comportamento e del supplizio patito con inflessibile animo circol largamente, a partire dal 23 luglio, sotto il nome sibillino di Philippus Montanus, che cela forse quello illustre di Erasmo; largamente nota fu anche la lettera di eguale argomento spedita il 9 agosto dal cardinale Niccol Schnberg al card. Marino Caracciolo. Vari scritti ascetici vergati da More in carcere videro la luce postumi. Nel 1889 papa Leone Tredicesimo lo beatific e nel 1935 (19 maggio), quarto centenario del supplizio, Pio Undicesimo lo proclam assunto fra i santi.
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INTRODUZIONE, 
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di Leicester Bradner, Charles A. Lynch, Revilo P. Oliver, Clarence H. Miller.
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INTRODUZIONE Parte 1. COMPOSIZIONE, EDIZIONI E FONTI.
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Edizioni e revisioni.
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Basilea, marzo 1518 - Durante il forzato soggiorno di un'ambasceria nelle Fiandre, nell'estate del 1515, More scrisse il secondo libro di Utopia e nel settembre del 1516 ultim il primo libro. Quando Erasmo (1467-1536) arriv a Londra per una breve visita nell'agosto del 1516 (1), possiamo presumere che ivi apprendesse la storia della straordinaria "Repubblica di Itlodeo" (2) e sollecitasse More a prepararla per la stampa. All'inizio del giugno 1516 Erasmo si era chiaramente prefisso di curare la pubblicazione delle poesie latine (3) di More.
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Ad ogni modo, il 3 settembre More scrisse ad Erasmo, allora ad Anversa, che gli avrebbe inviato il manoscritto di Utopia. Nella lettera egli accenna ai suoi epigrammi: Se pi tardi pubblicherai i miei epigrammi, considera se sia il caso di stampare quelli che scrissi contro Brixio, perch alcuni di essi sono piuttosto pungenti (4). Questo significa che gli epigrammi erano gi nelle mani di Erasmo e che si era discusso il progetto di stamparli, ma non si era ancora giunti ad una decisione. Sembra quasi che Erasmo facesse pressione su More perch dalla pubblicazione delle opere di More in suo possesso derivasse fama letteraria all'autore.
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Quando, nel giugno 1516, More scrisse ad Erasmo esortandolo a prendere una decisione sui suoi versi (5),  possibile che rispondesse alla proposta di pubblicarli con l'"Utopia", ma essi non furono di fatto inclusi nelle prime due edizioni di quell'opera (Lovanio, primo dicembre 1516; Parigi, 1517) (6). Fin dal 30 maggio 1517 Erasmo aveva scritto a More d'aver inviato l'"Utopia" a Johann Froben, di Basilea, perch fosse ristampata assieme agli epigrammi e ad alcune delle sue "lucubrationes" (7).
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In una lettera del luglio 1517 egli di nuovo ricorda a More d'aver inviato l'"Utopia" a Basilea assieme ai suoi epigrammi e alle traduzioni da Luciano, per mano del suo fidato collaboratore Jakob Nf (8). Il 23 agosto scrisse a Beato Renano (9) esortandolo a stampare ci che aveva spedito e specialmente a preoccuparsi di compiere un eccellente lavoro sulle opere di More 10. Il giorno seguente egli scrisse al correttore e segretario di Froben (10), Wolfgang Angst, esprimendogli il desiderio che l'"Utopia" e gli "Epigrammata" di More si aprissero con una lettera di presentazione e di elogio di Beato Renano. Nella stessa lettera Erasmo incluse la sua propria prefazione all'"Utopia" e ai "Progynmasmata" (12). Nel tardo novembre e ai primi di dicembre, Erasmo manifest impazienza per il ritardo della stampa (13).
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Era particolarmente desideroso che i fogli fossero ben corretti e per questo motivo aveva cercato di ristabilire Renano come correttore di Froben (14). Sembra che nel dicembre del 1517 Renano avesse riottenuto il suo ufficio presso la stamperia di Froben, cos che egli o Angst o ambedue avrebbero potuto leggere le bozze dell'"Utopia" e degli "Epigrammata" (15). In dicembre Froben era definitivamente pronto a pubblicare le opere di Erasmo e di More in un unico volume. Come indica il sommario, dovevano essere incluse le loro traduzioni da Luciano, la "Querela pacis" e la "Declamatio de morte" di Erasmo, l'"Utopia" di More e le poesie latine di ambedue (16). Ma, come Froben ebbe cura di spiegare alla fine del volume stampato a dicembre (p. 644), esso era diventato troppo grosso, cos che l'"Utopia" e la duplice serie di epigrammi furono pubblicate in un volume distinto nel marzo del 1518.
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Le segnature e la paginatura dell'edizione del 1518 sono continue nel corso dell'Utopia, degli epigrammi di More e degli epigrammi di Erasmo. Bench ciascuna opera abbia il proprio frontespizio, il libro fu concepito come un tutt'uno. I titoli correnti THOMAE MORI ET GUIL. / LILII PROGYMNASMATA. e THOMAE MORI / EPIGRAMMATA. segnalano la divisione tra quelle due parti dell'opera.
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La corrispondenza tra More ed Erasmo non lascia dubbi che More abbia autorizzato la pubblicazione dei suoi epigrammi. Bisognerebbe tuttavia notare che nella sua "Lettera a Brixio" del 1520 More dichiar che le copie del manoscritto inviate allo stampatore erano state eseguite da altri e non erano state corrette da lui. Infatti, le prime copie di alcune poesie da lui pubblicate rivelavano di fatto errori di Froben. Fece pertanto notare che era difficile che il volume fosse scevro da errori dello stampatore (17). Gli errori dell'edizione 1518 possono per derivare non soltanto da errori di composizione, ma anche da errori di trascrizione dei copisti che avevano fornito il manoscritto.
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Ed invero l'edizione del 1518 contiene un numero di errori tali che solo un copista o un compositore alle prese con un manoscritto non facile da decifrare pu commettere. In almeno tre occasioni l'omissione di titoli fece s che due poesie fossero stampate come una (nn. 51, 56, 81) (18). Alcuni errori possono essere stati causati da un manoscritto non chiaro: Hei per Nec (49, r. 6), Haec per Nec (53, r. 3), Quin per Quum. (58, r. 6), factum per factu (59, r. 5), detraxere per destruxere (123, r. 3), Hunc per Nunc (214, r. 11) (19).
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Questa edizione omette E GRAECO da due titoli (103, r. 2; 136, r. 2), una parola greca in due titoli greci (9, r. 1; 14, r. 1), e un verso (62, r. 7). Nella sua lettera a Brixio, More spiega che gli errori si insinuano in un manoscritto o in un testo stampato per molte vie: un manoscritto pu essere difficile da leggere, uno scrivano o un compositore pu essere trascurato, o pu mantenere la lezione che un autore ha sostituito inserendo la correzione tra le righe. Dei circa settanta errori dell'edizione del 1518 corretti in quella del 1520, tutti eccetto sei potrebbero essere verosimilmente attribuiti al copista o al compositore (20). Questi errori e la maggior parte degli altri refusi ed errori dell'edizione del 1518 furono corretti da More nell'edizione del 1520. Gli errori contenuti nei titoli delle poesie dimostrano che alcuni di questi titoli non sono dovuti a More (nn. 92-94 e 261). Soltanto circa venti di essi sono quasi certamente di More o di Erasmo (21).

Basilea, dicembre 1518 - 1113 novembre 1518 Froben inform More che l'Utopia stava per essere nuovamente stampata 22 , e il 5 dicembre Lamberto Ollonio, un nuovo e non del tutto soddisfacente correttore della stamperia di Froben, scrisse ad Erasmo che la tiratura dell'Utopia era quasi finita 23. Dal momento che i tre colofoni di questa edizione datano l'Utopia al novembre 1518 e gli epigrammi di More ed Erasmo al dicembre 1518, Ollonio faceva riferimento presumibilmente non alla sola Utopia, ma anche ad una o ad ambedue le raccolte di epigrammi. Questa edizione  una ristampa pagina per pagina e riga per riga dell'edizione di marzo. Ne corregge gli errori soltanto in quattro luoghi (8, r. 3; 97, r. 7; 190, r. 28; 217, r. 1).
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Dei dieci nuovi errori di stampa che introduce nel testo, soltanto uno, AURUM per AVARUM (1, r. 6; 2, r. 4),  gravemente fuorviante. L'ortografia di Roma, Romanus, saeculum, caelum e caelestis  regolarmente cambiata, nell'edizione di dicembre, in Rhoma, Rhomanus, seculum, coelum e coelestis (24). C' una tendenza a stampare con lettere iniziali minuscole alcune parole apparse in marzo con la maiuscola: Medicus, Rex, Leo, Epigrammatista, Dij. Il bordo del frontespizio degli epigrammi di More  di Urs Graf.
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Basilea, dicembre 1520 - Nella sua lettera a Brixio (aprile 1520), More dichiar: Froben mi scrisse di persona una lettera ammettendo che i suoi collaboratori erano stati trascurati nello stampare il mio libro e promettendo di ristamparlo pi diligentemente (25). Nel dicembre 1520 Froben mantenne la sua promessa pubblicando gli epigrammi di More per la prima volta in un volume separato. Per la maggior parte questa edizione  una ristampa di quella del 1518, pagina su pagina, riga su riga. Corrispondenze nell'ortografia (vedi quanto detto poc'anzi) evidenziano che l'edizione del 1520 fu composta sull'edizione del dicembre, non su quella del marzo 1518. Quando inoltre le finali di rigo delle due edizioni del 1518 differiscono in maniera significativa, l'edizione del 1520 segue quella di dicembre. il frontespizio del 1520 attesta che fu stampato da una copia corretta appartenente all'autore stesso (26), e l'evidenza tipografica dimostra che essa era appartenuta all'edizione del dicembre 1518.
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Bench l'edizione del 1520 ripeta tredici errori di quella di dicembre e presenti una quarantina di nuovi errori tipografici (27), le sue correzioni del testo precedente rivelano il lavoro di un attento revisore - senza dubbio More stesso. Pi di quaranta errori tipografici del testo 1518 sono stati corretti e, in aggiunta alle revisioni fatte in risposta alle critiche di Brixio, ci sono dodici punti dove il testo  stato riveduto per correggere la metrica, per migliorare la scelta dei vocaboli o affinare il senso delle poesie. Nel n. 22, per esempio, More corregge la metrica del settimo rigo aggiungendo vel, poi aggiunge due righe per bilanciare la costruzione con un secondo vel; al n. 90, r. 15, egli sostituisce il pi vivace gerit ad habet (28).
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Tre poesie (nn. 51, 56 e 81), stampate nell'edizione 1518 come conclusione delle composizioni immediatamente precedenti, sono state separate con titolo a s. Due versi chiaramente intesi come finale alternativa al n. 47 (rr. 7-8), ma stampati come poesia separata nel testo del 1518 sotto il titolo Aliter, sono stati soppressi, e la chiusa originaria della poesia  stata ancora riveduta. Sette titoli sono stati migliorati: E graeco  stato aggiunto due volte (103, r. 2; 136, r. 2); la paternit della fonte greca  stata indicata al n. 9, r. 1, e al n. 14, r. l; il titolo Versum e cantione Anglica  stato aggiunto al n. 82; la dizione del titolo al n. 92  stata migliorata; e In ebrios, titolo del n. 232,  stato mutato nel pi pungente Sobrios esse difficiliores. Molti cambiamenti nell'ortografia apportati al testo del 1520 dimostrano una particolare scrupolosit nell'indicare la lunghezza delle sillabe: quattuor per quatuor (149, r. 5; 190, r. 28; 218, r. 4); laevaque per levaque (190, r. 4); illico per ilico (167, r. 16). La punteggiatura del testo del 1520, tuttavia,  particolarmente difettosa e generalmente inferiore a quella del 1518.
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More omise dal testo del 1520 due poesie che erano apparse in precedenza. Una era un epigramma di due versi sul fato (n. 270), un debole sforzo per tradurre da una fonte decisamente scadente. L'altra (n. 271), su re Giacomo Quarto di Scozia, fu evidentemente soppressa per ragioni politiche. Era stata scritta durante la guerra con la Francia e stigmatizzava l'empiet della causa francese e il tradimento della Scozia. Ora che l'Inghilterra era in pace con ambedue le nazioni, More chiaramente consider che tale animosit politica non dovesse perpetuarsi, specialmente da parte di un funzionario della Corte inglese.
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Egli allude brevemente a questo epigramma in una lettera ad Erasmo della primavera del 1520, a proposito della controversia con Brixio, l dove dichiara che le divergenze tra le nazioni belligeranti erano state appianate (29). Quando More scrisse l'epigramma, nel 1513, ed anche quando egli permise che fosse stampato, era un privato cittadino; ora stava diventando un personaggio d'importanza nazionale. Un'altra prova del riguardo che More aveva per la propria posizione  la soppressione di una frase (r. 51) nella prefazione commendatizia di Beato Renano. Nel lodare l'arguzia di More, l'umanista tedesco aveva detto che come un personaggio in Terenzio faceva notare di un altro che era saggezza da capo a piedi, cos si poteva dire di More che da capo a piedi non era che buonumore. Evidentemente More non pens che un apprezzamento circoscritto alla sua ilarit convenisse ad un uomo che era al presente un membro del Consiglio del re. D'altronde, parecchie poesie sono molto misurate e serie.
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Consigliere o no, nel 1520 More non aveva perso interesse per il suo lavoro letterario. Non solo rivide i suoi primi componimenti, come si  accennato, ma invi una serie di undici nuovi epigrammi da aggiungere al libro. Quattro di questi (nn. 259, 263-265) sono poesie personali, scritte probabilmente dopo l'invio del manoscritto per l'edizione del 1518. Altri quattro (266-269) sono risposte all'"Antimorus" (1519) (30) di Brixio. I rimanenti tre (nn. 260-262) sono eterogenei e possono essere stati scritti prima. 1 carmi personali sono documenti inestimabili sulla vita privata di More; possiamo a ragione ringraziare il legittimo orgoglio letterario che lo indusse a renderli pubblici.

Le altre edizioni - Bench le raccolte delle opere latine di More non abbiano alcuna nuova autorit testuale, presentano nondimeno alcuni elementi d'interesse per gli studiosi della tradizione moreana. Nel 1936 Marie Delcourt accenn in un importante articolo (31) che le "Lucubrationes" (Baslea, 1563) e gli "Opera" (Lovanio, 1565-1566) (32) rappresentano due diverse tradizioni, la prima promossa dai seguaci di Erasmo e la seconda dai pii rifugiati cattolici inglesi, che eliminano tutti i riferimenti al pi famoso amico del loro eroe.
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Un confronto del testo degli epigrammi in queste due edizioni dimostra che gli editori di Basilea usarono il testo del 1520, con ricorsi occasionali al testo del 1518 (33). Un breve epigramma (n. 171) fu omesso, forse perch sembrava duplicare il n. 13 dei "Progymnasmata"; ed un altro, In Brixium poetam (n. 209), fu spostato vicino ad un componimento pure su Brixio. Questa edizione fu redatta e stampata con cura. Il testo ha pochissimi errori di stampa e contiene un certo numero di emendamenti eseguiti con accortezza.
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L'edizione di Lovanio, d'altro canto, basata sul testo del dicembre 1518, contiene le tre composizioni che More aveva escluso dall'edizione del 1520 (vedi sopra), ma manca delle correzioni che egli aveva ad essa apportate e delle undici poesie che vi aveva aggiunto (nn. 259-269). Degne di nota tra queste sono la n. 263, a Elisabetta, che egli am da ragazzo, e la n. 264, ai suoi figli. Un confronto testuale dell'edizione di Lovanio con quella del 1520 indica che gli editori non erano consapevoli dell'esistenza di quest'ultima.
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L'edizione di Lovanio, tuttavia, omette materiale presente nell'edizione del 1518. Mancano gli epigrammi sessualmente sconvenienti (nn. 116, 167, 235, 245, 258) ed i componimenti in lode dell'opera di Erasmo sul Nuovo Testamento (nn. 255-257). Senza dubbio gli editori di Lovanio soppressero la lode ad Erasmo perch varie sue opere, inclusa la parafrasi del Nuovo Testamento, erano state condannate dalle autorit ecclesiastiche in tempi diversi a cominciare dal 1527. Alcune copie esistenti di edizioni precedenti quella di Lovanio, come la copia del 1518 ora alla Harvard, dimostrano che la lode ad Erasmo fu ritagliata o cancellata con l'inchiostro (34). Oltre che basarsi su un'edizione non corretta degli epigrammi, questo testo di Lovanio  pieno di errori di stampa.
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L'ultima edizione degli "Opera", stampata a Francoforte nel 1689, segnalava sul frontespizio che era stata realizzata sulla base di entrambe le edizioni di Basilea e di Lovanio. Tuttavia, per quanto riguarda gli epigrammi, non c' prova che l'edizione di Lovanio sia stata consultata. Il testo del 1689 segue l'edizione di Basilea fedelmente e trascura di introdurre le tre composizioni che l'edizione di Lovanio aveva conservato dal testo del 1518.
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A partire dal 1520 ci sono state tre edizioni degli "Epigrammata" pubblicati separatamente. La prima fu stampata a Londra nel 1638 (35) ; la seconda apparve alla fine di "Memoirs of Sir Thomas More" (Londra, 1808) di Arthur Cayley; e la terza, edita da Leicester Bradner e Charles Lynch, venne pubblicata dalla University of Chicago Press nel 1953.
L'edizione del 1638  una ristampa abbastanza accurata di quella del 1520, di cui riporta perfino gli errori. Il testo viene rimaneggiato in due o tre punti. L'edizione di Cayley deriva dalle "Lucubrationes" del 1563, come si pu notare dall'omissione in ambedue del n. 171 e dall'identica collocazione del n. 209.
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L'edizione del 1953 nasce da una collazione delle edizioni del 1518 e del 1520, ed  la prima a contenere note testuali e commentario.
Da questa breve rassegna delle edizioni appare che tutte le ristampe posteriori alla morte di More eccetto una, gli "Opera" di Lovanio del 1565/1566, seguono il buon testo del 1520, direttamente o tramite la mediazione delle "Lucubrationes" di Basilea del 1563.
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Date di composizione.
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E' evidente che More scrisse tutte le sue poesie latine, eccetto una o due, in un periodo di vent'anni (1500-1520), cio tra i ventidue e i quarantadue anni. Il 25 agosto del 1517 Erasmo scrisse a Froben che More aveva composto epigrammi in giovent, anzi i pi li aveva scritti ch'era ancora un ragazzo (36). Quando Erasmo fece stampare nei suoi "Adagia" del 1518 la traduzione di un epigramma greco (n. 52) di More, lo present con questa frase: Tempo fa questo epigramma fu magistralmente tradotto in questo modo da Thomas More mentre era ancora adolescente (37). Nella relazione sulla vita e sul carattere di More inviata a Hutten nel 1519, Erasmo dice semplicemente che More scrisse epigrammi nella sua giovinezza (38).
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Il 26 aprile 1520 Erasmo faceva notare in una lettera a More che la maggior parte degli epigrammi di questi erano stati scritti pi di vent'anni prima e quasi tutti pi di dieci anni prima (39). Delle 281 poesie latine esistenti, soltanto 48 possono essere datate con un sufficiente margine di certezza, soltanto 5 possono essere datate prima del 1500, e soltanto 6 tra il 1500 e il 1510 (40). Ma Erasmo pensava forse principalmente alle traduzioni di More dall'"Antologia greca" (41), la maggior parte delle quali era stata scritta quasi certamente prima del 1510.
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A questo proposito  importante indagare sui progressi degli studi greci di More. In una lettera, databile probabilmente novembre 1501, egli confid a John Holt che aveva messo da parte il latino e stava studiando il greco con William Grocin (42). Tre anni pi tardi egli scrisse a John Colet che Thomas Linacre, molto versato nel greco, lo guidava negli studi (43). Nel 1505 egli stava lavorando con Erasmo alle traduzioni di Luciano. Craig Thompson ha supposto che i "Progymnasmata" siano stati scritti intorno al 1503 o 1504 (44).
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Nella nostra prima edizione della poesia latina di More (Chicago, 1953), argomentammo (45) che More non pot conoscere il testo greco del n. 12 fino a quando Erasmo port in Inghilterra, nel 1509, un manoscritto del "Violetum" di Arsenio. Revilo Oliver, tuttavia, ha fatto notare che il "Violetum" non conteneva questo testo. Altre ragioni, poi, lo hanno indotto a ritenere che i "Progymnasmata" possano essere stati scritti tanto alla fine quanto all'inizio del decennio 1500-1510.
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Fonti e modelli.
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La pi importante fonte per le poesie latine di More  di gran lunga l'"Antologia planudea" (46). Almeno 106 poesie, incluse 16 dei "Progymnasmata", sono tradotte da questa raccolta. Il libro I ("Demonstrativa et exhortatoria") fornisce la fonte per circa 50 poesie; il libro II ("Irrisoria et convivalia") per pi di 40. I libri III ("Sepulchralia") e IV ("Descriptiva") furono usati limitatamente (dieci e tre volte rispettivamente); i libri VI ("Christodori descriptio") e Settimo ("Amatoria") hanno fornito soltanto una poesia ciascuno.
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A prescindere dall'"Antologia planudea", le fonti e i modelli dei componimenti moreani sono sparsi e variati. Noi conosciamo ora, in gran parte grazie ai lavori di Charles Clay Doyle, che almeno 7 poesie hanno una stretta relazione con la tradizione esopica (47), almeno 6 con la letteratura aneddotica di Heinrich Bebel e di Poggio Bracciolini (48). Circa 10 poesie vertono su problemi e dilemmi filosofici tratti da una schiera di autori classici: Plutarco, Seneca, Cicerone, Diogene Laerzio, Aristotele (49).
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L'amore di More per i proverbi si rivela qua e l negli epigrammi, e almeno 7 sembrano desumere il loro aspetto epigrammatico da un proverbio o dal rovesciamento di un proverbio (50).
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Soltanto pochi autori singoli sembrano aver attratto l'attenzione di More. Una poesia di Marziale (6.78) su un ubriaco messo in guardia circa il rischio di perdere la vista suggerisce a More tre separate variazioni (nn. 199, 210, 214); un'altra poesia (n. 196) prende spunto da un verso di Marziale. Di tanto in tanto More attribuisce ai personaggi della sua satira nomi tratti da Marziale. Luciano gli ispir almeno due poesie (nn. 139, 233) e Ausonio dovette influenzarlo almeno per altre due. La pi inconsueta fonte di More sono due canzoni inglesi che egli tradusse nei nn. 81 e 82.
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I Progymnasmata: data e fonti.
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I "Progymnasmata" sono diciotto brevi poesie in greco, ognuna seguita dalle traduzioni in versi latini di More e William Lily. Sedici sono tratte dall'"Antologia greca". I testi greci sono tra i pi facili e meno complicati che si potessero trovare. Se ne  dedotto che i "Progymnasmata" fossero un lavoro giovanile, eseguito intorno al 1503, quando More era ancora alle prime armi nello studio del greco; ma ci non vale per Lily, che era di dieci anni pi anziano e presumibilmente aveva raggiunto una notevole padronanza della lingua greca prima di ritornare dall'Italia (51).
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E' preferibile definire i "Progymnasmata" come Esercizi preparatori (52), nel consueto riferimento ad un libro di testo elementare. L'esempio pi cospicuo  rappresentato dai "Progymnasmata" di Aftonio, un manuale elementare per lo studio delle forme retoriche, che nella traduzione latina era tra i pi popolari testi di scuola del Rinascimento. Nell'ambiente di More e Lily, il titolo era anche quello della grammatica latina elementare preparata da Thomas Linacre per la St. Paul's School (53), ma rifiutata da Colet. Bench manchi una diretta conferma, non  infondato pensare che i "Progymnasmata" di More e Lily siano stati progettati per l'uso in questa scuola, della quale Lily fu nel 1510 il primo rettore. Poich quando la scuola apr, nel 1512, il greco evidentemente non veniva ancora stampato in Inghilterra, il libro pot essere usato in copie manoscritte (54).
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Qualunque sia stato l'intento degli autori, i "Progymnasmata" furono in realt una geniale invenzione pedagogica. Evidentemente si tratta della prima nel suo genere, e More e Lily possono essere considerati gli ideatori di quelle raccolte di epigrammi greci tradotti contemporaneamente da pi mani che dovevano avere una storia brillante nelle scuole e al di fuori di esse. A dir poco, data la grande reputazione di More, sembra molto attendibile che Johann Heyl (Soter) possa aver preso l'idea da questa sola opera per i suoi "Epigrammata Graeca" pubblicati a Colonia nel 1525, in cui le traduzioni di More e Lily sono incluse tra molte altre.
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Questo era notoriamente un libro di scuola e le traduzioni multiple intendevano incoraggiare la pratica della "variatio" raccomandata dalla "Copia" di Erasmo. Una nuova edizione della raccolta di Heyl fu richiesta nel 1528 e un'altra nel 1544; nel frattempo un'edizione accresciuta era stata pubblicata nel 1529 da Giano Cornari a Basilea. La stessa raccolta, ma con molte aggiunte, fu alla base degli "Epigrammata Graeca" (1570) di Henri Estienne, e su questo libro si bas il "Progymnasma scholasticum" (1597) di John Stockwood.
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Sarebbe interessante pensare che il titolo del grosso libro segnasse i modesti inizi di questo genere in Inghilterra, ma non c' accenno a ci, e Stockwood senza dubbio pens che Progymnasma indicasse appropriatamente un testo studiato per interessare gli alunni della Grammar School di Tunbridge, di cui era stato direttore. Tutti questi libri sono in un certo senso pubblicazioni del lavoro di More in quanto le sue traduzioni vi sono incluse. Nel 1608 la terza edizione di Soter fu adottata nelle scuole dei gesuiti a Roma (55).
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Non ci pu essere alcun dubbio che il testo dei sedici epigrammi dell'Antologia contenuti nei "Progymnasmata" non siano derivati dalla tradizione planudea ma da altre fonti, perch essi hanno lezioni che sono peculiari di questa tradizione. Il n. 13 reca un errore (debitamente tradotto da More), "dis" per "eis", probabilmente commesso da Planude stesso nella sua trascrizione (56), mentre il n. 11 ha la lezione corretta, "eikna [...] ekts chei", che Planude o conserv o ristabil con felice emendamento mentre gli altri testi (57) sono lacunosi. Il n. 9 inoltre ha la trasposizione di Planude "kinon Krno", e il n. 6 ha "lmen" (alfa), che  in Planude l dove l'unica raccolta allora disponibile, la "Sylloge Euphemiana" (58), ha "odn".
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Bench sia chiaro che i sedici epigrammi dei "Progymnasmata" sono derivati dalla "Planudea", non consegue che un testo di quell'antologia, manoscritto o stampato, sia stato la fonte immediata `. Osserviamo, prima di tutto, che More e Lily tradussero due brani dal greco, un epigramma (n. 18) e una sentenza gnomica (n. 12), che non sono nella "Planudea". Dovremmo semplicemente dedurre che essi li aggiunsero di loro iniziativa, se non ci fossero indicazioni che i testi tratti dalla "Planudea" sono stati editi da un dotto greco, uno che forse aveva in mente le esigenze dei propri alunni. La spiegazione pi probabile, inoltre, del testo attuale del n. 13  che l'editore abbia eliminato la rara e fuorviante lezione "adelmeios" sostituendola con la regolare forma attica "adelphos" e poi aggiungendo "oo"' per salvaguardare le esigenze metriche.
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Ci sono poi evidenti errori nei titoli greci degli epigrammi dei "Progymnasmata" che possono essere pi facilmente spiegati come errori compiuti nell'atto di scegliere gli epigrammi planudei. Il titolo  di norma semplicemente un'affermazione di paternit, e abbiamo nei "Progymnasmata" alcune attribuzioni che sono in discordanza con tutte le tradizioni conosciute e sembrano a prima vista inspiegabili. Il titolo del n. 15, un epigramma che descrive Saffo come la decima Musa, dice che  d'incerta paternit ("ADELON"), bench Planude affermi che  opera di Platone; ma il penultimo epigramma che precede questo in Planude fa pure riferimento a Saffo come decima Musa ed  realmente "delon".
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Il n. 16, un epigramma sulla statua bronzea di un satiro, ha il titolo "AGATHIOU SCHOLASTIKOU", bench i versi siano anonimi in Planude; il nostro titolo appartiene all'epigramma, ugualmente su una statua bronzea di un satiro, che in Planude  il penultimo prima di questo, e che  realmente opera di Agatia. Il n. 11 porta l'intestazione "AGATHIOU", ma in Planude l'intestazione  "TOU AUTOU", che rimanda al precedente epigramma, che a sua volta rimanda al precedente, nel cui titolo "PALLADA" si indica che l'autore  Pallada.
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Un errore ancora pi curioso si trova nel n. 13, che ha per titolo "PALLADA" bench sia anonimo in Planude. Qui non c' alcuna giustapposizione o riadattamento dei testi della raccolta planudea che possa spiegare l'errore. Il motivo, tuttavia, si chiarisce quando notiamo che il nostro epigramma riguarda gemelli che morirono nello stesso giorno e che "Pallada"  l'autore di un epigramma che si era soliti riferire a gemelli morti nello stesso giorno. Sembra probabile, pertanto, che la persona che scelse gli epigrammi dei "Progymnasmata" dalla raccolta planudea per prima cosa abbia messo assieme due epigrammi di argomento quasi identico (in base alla comprensione che aveva di essi) e poi abbia cancellato il meno chiaro dei due, lasciando che il secondo, anonimo, venisse attribuito all'autore del primo.
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Questi errori nel titolo fanno pensare seriamente che More e Lily avessero davanti a s uno scartafaccio, di quelli che erano soliti usare gli umanisti, con numerose aggiunte e cancellature ad ogni pagina. Ne consegue che il giorno in cui usarono quelle minute, o non erano in possesso di una copia dell'antologia completa o non vi fecero riferimento.
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Non abbiamo strumenti per stabilire quanto esteso fosse il manoscritto che noi consideriamo la fonte immediata dei "Progymnasmata" (60), n possiamo arguire con quale scopo gli epigrammi siano stati raccolti. Se l'intenzione era quella di realizzare un manuale propedeutico per alunni, il compilatore ebbe un motivo per aggiungere i due brani che non derivano da Planude. Uno di questi (n. 18), un epigramma che, anche se non particolarmente interessante, ha il merito di essere scritto in un greco particolarmente chiaro e facile, fu certamente desunto, probabilmente tramite qualche intermediario, dalla "Sylloge Euphemiana" (61).
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L'altro (n. 12) (62), una massima in prosa scambiata per poesia, non solo era scritto in un greco molto semplice, ma aveva una funzione didattica ed anche morale in un'era in cui gli uomini sciupavano il tempo nell'astrologia, creduloni quasi come i nostri contemporanei che prestano attenzione a qualsiasi raggiro e ciarlataneria pseudoscientifica.
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Resta da osservare un altro particolare nell'impostazione dei "Progymnasmata". I testi greci, come abbiamo detto, sono di norma preceduti da un titolo che indica solo la paternit dell'epigramma (63), mentre la prima delle versioni latine, sia essa di More o di Lily, ha un titolo latino che precisa l'argomento. Nei titoli greci ci sono due eccezioni. Il titolo del n. 17, preso da Planude, definisce l'argomento (senza fare riferimento alla paternit) ed  tradotto per fornire un titolo al testo latino. Il titolo del n. 10, ugualmente da Planude, oltre che informarci che i versi sono d'incerta paternit, indica l'argomento, ma non  utilizzato per la versione latina, il cui titolo pone l'accento su un diverso aspetto dell'epigramma.
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Nei "Progymnasmata" i titoli latini distinguono il lavoro di Lily da quello di More, ma a parte questo, tutti eccetto due sono tali che chiunque avrebbe potuto introdurli in base alla lettura dei testi greci o della versione latina. In altre parole, diversamente dai titoli greci che indicano la paternit, essi potrebbero essere stati scritti da chiunque: dal compilatore di una ipotetica scelta di epigrammi tratti dal corpus planudeo, da Lily o da chiunque abbia scelto i carmi, da Lily o da More o da ambedue quando scrissero le versioni latine, da persone (inclusi un copista ed Erasmo) per le cui mani pass il manoscritto destinato alla pubblicazione, o dall'editore degli "Epigrammata" nel 1518.
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Il titolo del n. 13, In duos fratres, uno et natos et mortuos die, si adatta al corretto testo greco, secondo il quale i due fratelli giacciono in una sola tomba, ma non alla traduzione latina, derivata dalla corruzione planudea ("dis"), che pone quattro fratelli nella tomba. Il titolo latino del n. 12, la massima in prosa trattata come poesia,  ancora pi sorprendente per due ragioni: contraddice il greco ed  stranamente errato. Il titolo greco correttamente afferma che la massima  di paternit incerta; il latino  Theophrasti apud Aulum Gellium dilemma. Non c' nulla che possa collegare l'anonima e probabilmente proverbiale espressione con Teofrasto (64).
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NOTE.
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Nota 1. "Opus epistolarum Des. Erasmi Roterodami", ed. P. S. Allen, H. M. Allen et al., 12 voll., Oxford, 1906-1958, vol. 2, pp. 288-330.
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Nota 2. Raffaele Itlodeo, l'uomo di mare che avrebbe descritto Utopia a More.
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Nota 3. Il 21 giugno del 1516 More scrisse a Erasmo: De versiculis nostris nihil seribo; tu vide quid statuas (Allen, 2, 261).
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Nota 4. Si edas posthac Epigrammata mea, tu expende tecum an putes ea premenda que scripsi in Bryxium, nempe in quibus sunt quaedan amarulentiora [...] (Allen, 2, 340). Su Germain de Brie (Brixio) vedere pi oltre, nota 9, p. 57.
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Nota 5. Cfr. nota 3.
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Nota 6. R. W. Gibson e J. Max Patrick, "St. Thomas More: A Preliminary Bibliography of His Works and of Moreana to the Year 1750", New Haven/London, 1961, nn. 1-2. Cfr. anche "The Complete Works of St. Thomas More" (in futuro citate CW), della Yale University, vol. 4, pp. 183-187, e vol. 3/1, pp. 61-63.
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Nota 7. Allen, 2, 576. "Lucubratio" significa veglia notturna, piccolo lavoro fatto di notte.
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Nota 8. Allen, 3, 6.
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Nota 9. Per notizie su Beato Renano v. la sua lettera a Pirckheimer.
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Nota 10. Allen, 3, 52.
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Nota 11. Johann Froben nacque ad Hammelburg, in Franconia, intorno al 1460. Trasferitosi a Basilea per ragioni di studio, vi intraprese la professione di stampatore. A lui si deve l'edizione, tra l'altro, di molte opere di Erasmo, che ne pianse la morte nel 1527.
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Nota 12. Allen, 3, 56-57.
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Nota 13. Allen, 3, 50, 153, 160-161.
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Nota 14. Allen, 3, 160, 163. In "The Collected Works of Erasmus" (da qui in avanti C.W.E.), trad. di R. A. B. Mynors e D. F. S. Thomson, note di W. K. Ferguson, J. K. McConica e P. G. Bietenholz, 5 voll., Toronto, 1974ss., vol. 5, pp. 186-187, questa ultima lettera (Allen, n. 733) viene datata ai primi di novembre del 1517 (n. 704A).
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Nota 15. C.W.E., 5, 2, 228.
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Nota 16. Allen, 2, 420-421.
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Nota 17. Cfr. CW 3/11, Appendix C, 624/17-626/30, e il commento relativo.
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Nota 18. Un errore del genere pu essere capitato una quarta volta: cfr. l'epigramma n. 193, nota 1.
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Nota 19. Vedere pure le varianti delle seguenti composizioni: 19, r. 195; 63, r. 4; 64, r. 2; 117, r. 4; 161, r. 10; 198, r. 2; 249, r. 3; 252, r. 10; 253, r. 13.
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Nota 20. Vedere le seguenti varianti: 19, r. 167; 22, rr. 7-9; 13 5, r. 4; 162, r. 3; 18 1, r. 6; 203, r. 8. Gli errori di 75, r. 9, e di 90, r. 14, possono essere attribuiti al copista piuttosto che a More.
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Nota 21. In aggiunta ai titoli dei versi composti per l'incoronazione di Enrico Ottavo (nn. 19-23), che appaiono nel manoscritto che More fece preparare per Enrico, More probabilmente introdusse titoli come Versus iambici dimetri brachycatalectici (n. 143), e cantione Anglica (nn. 81 e 82), e come minimo la sostanza del lungo titolo del n. 148, che rende evidente l'intento satirico dei versi (Bernard Andr invece non se ne rese conto, li intese come un complimento e li stamp orgogliosamente in apertura del suo libro: v. n. 148, nota 1). I titoli dei nn. 188-195, 264 e 266-269 contengono pure informazioni che non possono essere tratte facilmente dalle poesie e che vennero probabilmente fornite da More (o da Erasmo).
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Nota 22. "The Correspondence of Sir Thomas More", ed. Elizabeth F. Rogers, Princeton, 1947, p. 133.
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Nota 23. Allen, 3, 445.
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Nota 24. Cfr. CW, 4, CLXXXIX-CXC.
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Nota 25. , [...] ipse literis ad me datis / a suis cessatum operis fatetur / ac pollicetur sese diligentius excusurum denuo (CW 3/II, Appendix C, 624/18-20). La lettera di Froben sembra essere andata perduta.
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Nota 26. Ad emendatum exemplar ipsius autoris.
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Nota 27. L'errore pi serio  rappresentato dall'omissione delle righe 6-7 della poesia n. 183. Un certo numero di errori si manifesta dopo il n. 258, quando il compositore aveva preso a lavorare utilizzando il manoscritto. Vedere le varianti di 260, r. 6; 261, r. 1; 262, r. 20; 264, rr. 19 e 41; 269, r. 10.
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Nota 28. Vedere pure le varianti di 22, rr. 7-9; 47, rr. 7-8; 86, r. 3; 90, r. 14; 90, r. 15; 93, r. 2; 95, r. 32; 101, r. 4; 101, r. 6; 137, r. 3; 162, r. 3; 214, r. 13.
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Nota 29. Allen, 4, 221-222.
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Nota 30. Cfr. CW 3/11, Appendix B.
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Nota 31. "Recherches sur Thomas More: La tradition continentale et la tradition anglaise", in Humanisme et Renaissance, 3 (1936), pp. 25-29.
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Nota 32. Gibson, nn. 74-76.
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Nota 33. Le varianti di 16, r. 1; 22, r. 18; 101, r. l; 145, r. 4; 264, r. 41, e specialmente l'omissione delle rr. 6-7 nel n. 183, mostrano chiaramente che il testo di riferimento della stampa del 1563 fu l'edizione del 1520. Ma in 10, r. 7; 54, r. 3, e 135, r. 4, l'editore ha accolto correzioni erronee desunte dall'edizione 1518.
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Nota 34. Cfr. n. 255, nota 4.
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Nota 35. "A Short-Title Catalogue of Books Printed in England, Scotland, and Ireland [...]", ed. W.A. Jackson e K Pantzer, London, 1976 [cit. come S.T.C. (2)], 18086; Gibson, n. 58.
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Nota 36. Epigrammata lusit adolescens admodum ac pleraque puer (Allen, 3, 57).
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Nota 37. "Adagia", 2383, in "Opera omnia", ed. Johannes Clericus, 10 voll., Leiden, 1703-1706, vol. 2, 822E. Cfr. l'epigramma n. 52, nota 1.
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Nota 38. Unde et epigrammatis lusit iuvenis [...] (Allen, 4, 16).
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Nota 39. [...] cum pleraque tibi ante annos plus viginti scripta sint, omnia ferme ante annos decem (Allen, 4, 240).
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Nota 40. Georg T. Rudhart (Thomas Morus, Nrnberg, 1829, pp. 142-144) forn qualche valido motivo per datare alcune poesie: nn. 19-23 (fine di giugno o luglio 1509), 95 (fine del 1512 o inizio 1513), 101 (aprile 1498 o gennaio 1515), 147 (dopo il 1508), 148 (tra il 1509 e il 1517), 159-161 (1497), 183-184 (settembre 1513), 188-195 e 209 (fine 1512 o inizio 1513), 244 (fine settembre 1513), 250-252 (estate 1515), 255-257 (primavera 1516), 258 (1512 o 1513), 259 (1515-1517), 263 (1518-1519), 264 (1517-1520), 265 (ca. 1518), 266-269 (fine 1519 o inizio 1520), 271 (settembre 1513), 272 (1495-1505), 273-274 (1496-1500), 275 (1512), 276 (settembre o inizio ottobre 1517), 277 (ottobre o inizio novembre 1517), 278 (1532), 279 (estate 1515), 280 (1532-1535).
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Nota 41. Vedere nota 46.
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Nota 42. Rogers, n. 2, rr. 12-14.
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Nota 43. Ivi, n. 3, rr. 65-68.
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Nota 44. "The Translations of Lucian by Erasmus and St. Thomas More", Ithaca, N.Y., 1940, pp. 8-10; cfr. pure CW 3/1, pp. XXVI-XXVIL
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Nota 45. "The Latin Epigrams of Thomas More", ed. L. Bradner e C. Lynch, Chicago, 1953, p. XII.
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Nota 46. L'"Antologia planudea" o "Antologia greca" (questo titolo  rimasto fino al Seicento) fu compilata dal monaco Massimo Planude (Costantinopoli, 1299), che utilizz sia un manoscritto dell'antologia che poi sar chiamata Palatina, sia l'antologia di Costantino Cefala. Si compone di sette libri e contiene circa 2400 epigrammi per un totale di 15000 versi. E' inferiore alla "Palatina", ma presenta 388 epigrammi ignoti all'altra raccolta: nelle edizioni della "Palatina" questi formano il XVI libro, detto anche Appendix Planudea. L'"Antologia palatina"  cos detta perch l'unico manoscritto in cui  giunta fino a noi venne ritrovato dal Salmasio (1606) nella biblioteca Palatina di Heidelberg (ms n. 23). Si tratta di una raccolta di oltre 3700 epigrammi, suddivisi secondo l'argomento in 15 libri. Fu composta verso il 980 da un autore rimasto sconosciuto. Questi riprese le antologie precedenti di Meleagro di Gadara (ca. 70 a.C.), di Filippo di Tessalonica (ca. 40 d.C.), di Agatia (met del VI secolo) e di Costantino Cefala (ca. 900); aggiunse, per, anche materiale nuovo, sia antico che recente: libri 1-3, 8, 13-15. Gli autori sono complessivamente circa 340 per oltre 22000 versi. Sconosciuta agli umanisti, la Palatina venne pubblicata nel 1672-1676.
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Nota 47. Cfr. nn. 42, 61, 134, 135, 180, 188, 198, 222.
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Nota 48. Cfr. nn. 63, 83, 165, 175, 203, 239.
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Nota 49. Cfr. nn. 49, 75, 77, 113, 117, 120, 131, 208, 240.
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Nota 50. Cfr. nn. 94, 107, 197, 200, 205, 218, 262.
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Nota 51. William Lily, nato a Odiham (Hampshire) forse nel 1468 e morto a Londra nel 1522, umanista e grammatico, studi a Roma e a Venezia. Fu uno dei maggiori latinisti e grecisti inglesi. La grammatica latina alla quale collabor fu usata nelle scuole inglesi, con revisioni e integrazioni, fino alla seconda met del Diciottesimo secolo.
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Nota 52. Cfr. il commento ai "Progymnasmata", nota 1.
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Nota 53. Cfr. n. 275, nota l.
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Nota 54. Una data simile (ca. 1510) venne attribuita ai "Progymnasmata" da Bradner e Lynch, ma con argomentazioni inadeguate. Notando che il n. 12 ricorre nel "Violetum" di Arsenio, essi hanno creduto che una copia manoscritta di quest'opera sia stata consegnata, a Venezia, da Gerolamo Aleandro ad Erasmo e che questi l'abbia portata con s in Inghilterra nel 1509. Ma ci che Aleandro dette, o forse semplicemente prest, a Erasmo sembra siano state le "Paroemiae" (= proverbi) del padre di Arsenio, Michele Apostolio, nelle quali non vi  traccia di quella composizione. Erasmo si espresse infatti cos: proverbiorum collectio [...] titulo Apostolii, cuius libri nobis copiam fecit Hieronymus Alcander ("Adagia", 1001, in "Opera omnia", vol. 2, 405D). Il "Violetum" incorpora le "Paroemiae" con copiose aggiunte di Arsenio, ed  appunto fra queste che trova posto il n. 12 dei "Progymnasmata".
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Nota 55. James Hutton, "The Greek Anthology in France", Ithaca, N. Y., 1946, pp. 15-18.
Nota 56. La correzione dell'errore  attribuita ad Aldo Manuzio, come ha confermato il codice Palatino quando venne scoperto agli inizi del 17esimo sec.
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Nota 57. Palatina, Crameriana e Parisina.
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Nota 58. La "Sylloge Euphemiana" era una collezione di 82 epigrammi, piuttosto nota, composta a Costantinopoli intorno all'anno 900; ne esistono almeno tre copie manoscritte, pervenuteci dall'Italia del Cinquecento.
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Nota 59. In base ad alcuni elementi testuali  possibile peraltro affermare che il manoscritto di cui si sono serviti More e Lily derivava da una delle due edizioni a stampa. Cfr. CW 3/11, p. 14, nota 4.
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Nota 60. Pu aver contenuto, ad esempio, l'equivalente latino del n. 6, che Lily us come sua traduzione. Cfr. n. 6, nota 3.
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Nota 61. L'altra raccolta nota, oltre alla "Sylloge Euphemiana", in cui figura l'epigramma  la "Sylloge Sigma(pi greco)", ma il solo esemplare di essa giunto fino a noi fa parte del codice Palatino, che nel XVI sec. era inaccessibile. Cfr. n. 18, nota l.
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Nota 62. Cfr. n. 12, nota 1.
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Nota 63. Il nome dell'autore al genitivo oppure due indicazioni standard come "adspoton", (anonimo) o "delon" (autore imprecisato).
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Nota 64. Cfr. epigramma n. 12, nota 2.
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INTRODUZIONE Parte 2. STILE, PROSODIA E METRICA.
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More traduttore.
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More e Lily, quando composero i "Progymnasmata", avevano gli stessi testi greci davanti a s, ovviamente quasi lo stesso grado di competenza in ambedue le lingue e, sembra, la stessa disposizione d'animo verso le situazioni descritte negli epigrammi originali. E' logico supporre che uno abbia criticato il lavoro dell'altro. Con l'eccezione di due epigrammi, sui quali ritorneremo tra breve, sembra che non abbiano avuto modelli latini per le loro traduzioni, e pur ammettendo i limiti imposti dal lessico latino e dalle esigenze metriche, le loro versioni degli epigrammi sono in maggioranza sorprendentemente simili.
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Le traduzioni appaiono per lo pi adeguate, eseguite con competenza, e ci vorrebbe un gusto molto raffinato per dichiarare un traduttore superiore all'altro in precisione e in eleganza. Ambedue ebbero la stessa difficolt nel comprendere il greco del n. 16, che parla di un satiro che entr (si rivest di) nel bronzo o di un artista che rinchiuse il satiro nel bronzo. Ambedue pensarono, per qualche motivo, ad un'antitesi pi fantasiosa: o il satiro si rivest di bronzo o il bronzo si copr con il satiro. Nel n. 10 ambedue forzarono il testo greco che concisamente loda la donna spartana che uccise il proprio figlio quando vide che era stato un codardo in battaglia. Dicendo che il suo discorso fu virile (mascula verba di More), il testo greco intende elogiarla per essersi elevata al di sopra della debolezza muliebre e aver mostrato una maschia decisione nell'anteporre i principi morali ai sentimenti.
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I due traduttori tuttavia ne rimasero colpiti. More si sent forzato a chiamare la madre saeva e Lily aggiunse un tocco macabro, definendola virago furens che parla horrida voce (1). Questo quadro di frenesia rende il suo verso pi memorabile, ma ne fa anche la miglior spiegazione del detto traduttore, traditore. Nel n. 13, tuttavia, Lily riusc a rendere il significato del greco molto meglio di More. in questo epitaffio per i due fratelli, More ha lux simul una duos et parit, et perimit, e, qualunque cosa abbia voluto intendere, ci significa che i gemelli morirono nel giorno della loro nascita. Lily scrisse una duobus/ lux et natalis, mortis et una fuit. I fratelli, essendo gemelli, erano necessariamente nati nello stesso giorno, ma poi accadde, per una coincidenza che era particolarmente degna di nota in secoli in cui gli uomini credevano nel determinismo astrologico, che essi morirono nello stesso giorno.
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Le due versioni sono particolarmente simili nel caso dell'epigramma n. 7. Il primo verso del greco dice, letteralmente, Nudo venni sulla terra e nudo me ne ritorno sotto terra. Non vedo come sarebbe stato possibile comprenderlo tutto in un esametro latino, senza contare che il pentametro successivo  cos conciso da escludere di poter incorporare altri significati. Ambedue i traduttori scelsero di mantenere in terram e di omettere il riferimento al funerale, anche se, naturalmente, sarebbe stato abbastanza facile metterlo in risalto scrivendo Nudus ut adveni, sub terram nudus abibo oppure Ut veni nudus, sub terras rursus abibo o anche In terras veni nudus terram subiturus.
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Quanto al pentametro, sospetto che ambedue abbiano scritto quid frustra sudo funera nuda videns? e che Lily abbia sostituito sudo con studeo, cos che i due versi non fossero uguali. Ma funera non  esattamente il vocabolo per "tlos" (finis, exitus), che, in greco,  nudo innanzitutto nel senso in cui noi parliamo di nuda verit, perch lo scrittore vede la cruda realt dell'inevitabile fine dell'uomo. Non si pensa ai funerali come a qualcosa di nudo e nulla autorizza ad inferire il senso metaforico di funera come salme. E' importante notare, quindi, che ambedue i traduttori sono ricorsi a un'interpretazione cos maldestra.
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Un considerevole numero di epigrammi raccolti da More sono a loro volta versioni di epigrammi greci, di solito contrassegnati come tali dalle parole e Graeco, bench in pochi casi quell'indicazione sia stata omessa, probabilmente per una svista di More o dello stampatore (2). Il nome dell'autore greco non  mai indicato. Non ci pu essere alcun dubbio sulla fonte da cui More attinse i testi greci da lui tradotti. Ci sono settantanove epigrammi e tutti si trovano nella "Planudea". Sembra appurato, comunque, che More possedesse e usasse una copia dell'intera "Antologia planudea" o copiosi estratti di essa. Negli "Epigrammata" egli ricorse solo a questa raccolta e non fece traduzioni di alcun poeta greco all'infuori di quelli dell'Antologia.
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A differenza di quanto accade con i "Progymnasmata", non abbiamo davanti a noi l'esatto testo greco che More traduceva, e dobbiamo quindi tener conto di possibili errori in esso contenuti. Inoltre  chiaro che More si permise una libert maggiore. I "Progymnasmata" potevano servire da modello per scolari che studiavano l'arte della traduzione poetica; come abbiamo visto, soltanto una traduzione (n. 10) potrebbe rappresentare un'alterazione intenzionale del significato dell'originale greco, ed anche l  del tutto possibile che i traduttori non abbiano introdotto la modifica deliberatamente, ma si siano limitati a leggere nel greco il proprio sentimento. More cerc invece di migliorare alcuni dei suoi epigrammi e Graeco affinando gli originali, attenuandoli, riadattandone gli spunti.
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La maggioranza delle traduzioni di More mostra tutta la fedelt agli originali che noi possiamo ragionevolmente aspettarci quando il verso di una lingua  trasferito nel verso di un'altra. Ma quando arriviamo ai pochi che non mostrano questa fedelt, il giudizio su di essi dipende di solito dal nostro personale apprezzamento del probabile tentativo di More di migliorare l'originale. E noi siamo, a questo punto, disorientati da alcune traduzioni fedeli, che ci ricordano come le idee di More sulla propriet e sulla misura non siano sempre le nostre.
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Egli volle tradurre senza mutamenti significativi due epigrammi su uomini di bassa statura. In uno di questi si afferma che un uomo era cos minuscolo che us un filo di ragnatela per impiccarsi. Ci  abbastanza grottesco, ma si situa nell'ambito dell'humour popolare, che spesso dipende da ingenua esagerazione; e alcuni di noi, almeno, sorrideranno. Ma nel secondo epigramma si narra che Diofante era cos piccolo che, se Epicuro lo avesse visto, avrebbe ritoccato la teoria atomica stabilendo che gli atomi erano composti di Diofanti. Questa sproporzione  cos eccessiva che noi consideriamo la trovata incredibilmente sempliciotta; ma More evidentemente la pensava spiritosa. Ci ci rende cauti nel sentenziare su che cosa More volesse o non volesse cambiare.
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Possiamo, tuttavia, identificare alcuni passi in cui la conoscenza del greco di More si rivel probabilmente inadeguata (3). E' verosimile che al n. 146 egli abbia frainteso "bllete", e ci dovette bastare a fargli tradurre "ephybrzonai" di cui egli forse ignorava l'esatto significato, oltraggiano) come se fosse "ephobsanto". E la pi plausibile spiegazione dell'errore di traduzione nel n. 41  che More intese "mstys" come vocativo in apposizione a "Apollphanes". Questi sono certamente errori trascurabili. Quando gli "Epigrammata" di More furono pubblicati, nel 1518, il mondo doveva ancora attendere trent'anni prima d'aver qualcosa degno d'esser chiamato un dizionario greco, e alcuni secoli per avere delle complete, concise grammatiche.
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Ci sono anche luoghi in cui sembra probabile che More sia stato sviato da un testo corrotto. Nel n. 149, naturalmente, aveva davanti a s l'errore di Planude "args" per "Argos" (4). Siamo su un terreno pi incerto quando veniamo al n. 155. Il testo greco dice che il corpo di Antipatra  cos orrendo che i parti, se la vedessero senza vestiti, fuggirebbero agli estremi confini della terra. La traduzione di More (se noi ignoriamo il titolo, che potrebbe essere non suo) dice (a) che Antipatra prova siffatta vergogna per la deformit nascosta dai suoi vestiti che, se qualcuno la vedesse nuda, fuggirebbe presso i barbari parti, oppure (b) che la donna, verosimilmente molto bella,  cos modesta che se qualcuno la vedesse nuda si eclisserebbe dalla societ civile. Una semplice corruzione di ""phygon" in ""phyghen", potrebbe aver portato More all'errore; e se "ei tis" nella precedente riga fosse corrotto in "eis", la sua traduzione rappresenterebbe lo sforzo migliore per capire il testo. Ma  anche possibile che egli abbia deliberatamente introdotto una modifica che gli sembrava un miglioramento (5).
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More, naturalmente, fece dei cambiamenti che sono senza dubbio intenzionali: egli aggiunse un contenuto morale al n. 32, con successo miglior l'argomento del n. 47, ampli il n. 85, e addolc il n. 99, omettendo il particolare sarcastico dell'avaro che avrebbe potuto ridurre il costo pro capite della sua tomba facendo in modo che uno dei figli venisse sepolto con lui. L'interesse di More, dopotutto, era quello di comporre poesia latina, non di fornire traduzioni latine a beneficio di coloro che non conoscevano il greco, e la sua annotazione e Gracco  il riconoscimento di una fonte, non una garanzia che i suoi versi sono un sostituto dell'originale. Quando confrontiamo il n. 130 con il testo greco, vediamo che More deliberatamente alter il penultimo verso. Egli ricord d'aver visto altrove nell'Antologia un epigramma (dello stesso poeta, Pallada, per l'appunto) che precisa che noi siamo come un branco di maiali allevati e nutriti per una morte che non intravedono: "pntes to thanto [...] trephmestha". L'immagine gli parve migliore, forse pi vivida, ed egli di conseguenza tradusse, nel penultimo verso del n. 130, Plutoni pascimur omnes (6).
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I versi di More trattano in maggioranza temi che sono senza tempo e un considerevole numero di essi somiglia cos tanto nello stile e nello spirito alle sue traduzioni dal greco da dare al lettore l'impressione di essere versioni inconfessate e da indurlo a sfogliare le pagine dell'"Antologia" alla ricerca degli originali. Questi epigrammi segnano un trionfo artistico. Dobbiamo ricordare che gli umanisti si sottoponevano all'ardua disciplina d'una fedele imitazione e traduzione per raggiungere una piena padronanza dei loro mezzi espressivi. Essi cercavano di assimilare lo spirito dei grandi modelli letterari e di apprenderne la tecnica in misura tale da poter creare alla fine composizioni originali di pari qualit.
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Il latino di More e le critiche di Brixio.
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Oggi dovremmo essere in grado di scrivere il latino in modo quasi perfetto. Abbiamo testi che si basano sulla minuziosa e meticolosa collazione dei migliori manoscritti e sulle conoscenze accumulate in cinque secoli di erudizione. Abbiamo opere di consultazione di ogni specie, dall'"Antibarbarus" di Krebs-Schmalz e la quasi del tutto esauriente grammatica di Khner-Holzweissig-Stegmann al "Thesaurus linguae Latinae", il pi completo lessico che il mondo possa mai avere su una lingua e che gi copre pi della met dell'alfabeto, e i molti volumi del "Handbuch" di Mller e di Pauly-Wissowa-Kroll. Ci sono anche vocabolari speciali, come quello del cardinale Bacci, per la traduzione in latino di parole che si riferiscono alle moderne innovazioni.
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I sussidi che ci renderebbero oggi facile un lavoro che non abbiamo il coraggio di affrontare mancavano al tempo di More, quando i pi dotti, diligenti ed esigenti scrittori erano condannati all'errore da testi corrotti e dalla mancanza di opere sistematiche di consultazione. Il nostro esame critico del latino umanistico deve incominciare con sentimenti profondi e seri di rispetto per uomini che realizzarono ci di cui noi non saremmo stati capaci nella loro situazione, e con piena consapevolezza che  alla qualit del loro lavoro che dobbiamo la capacit di scoprire i loro limiti.
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More fu certamente un latinista di vaglia e come tale fu stimato dai suoi dotti contemporanei. Oggi chiunque abbia pi d'una infarinatura di latino pu notare alcune imperfezioni nella lettera prefatoria di More ad Enrico Ottavo. Egli parla della coronatio del re (r. 9): naturalmente "corona" non indica l'ornamento posto sul capo del re, che in latino  detto "diadema" o "insigne regium". Si deduce chiaramente dal titolo del primo carme (19, r. 1) che More era a conoscenza di ci; egli us semplicemente un termine allora comunemente accettato.
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Quando More nella lettera a Enrico (r. 22) scrisse praemortuum, probabilmente intese il significato non usuale di morto o morto del tutto, ma aveva qualche giustificazione (7). E sebbene noi possiamo renderci conto del perch More, avendo iniziato nella lettera (r. 25) con tam pi un aggettivo, abbia fatto ricorso a sui vim, l'espressione vola la regola elementare che il genitivo di un pronome pu essere usato soltanto quando  oggettivo e il corrispondente aggettivo ambiguo (8); l'espressione, quindi, sa di barbarismo medievale.
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L'integra aetate dello stesso rigo potrebbe significare con audace e poetica metafora ci che More intese, nel corso della vita intera, ma in questo contesto segue immediatamente a un verbo che significa diventare vecchio e la mente del lettore automaticamente prende integra aetate come una frase aggettivale con il suo usuale e normale significato, nel fiore degli anni, e si aspetta un confronto o un'antitesi. Sviare la mente del lettore, quando non  inteso alcuno scherzo, satira, od ossimoro,  un errore stilistico in qualsiasi lingua.
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Quando segnaliamo questi errori ovvi, non possiamo essere certo accusati di ipercriticismo o di pedanteria, ma, per quanto mi risulta, nessuno dei contemporanei di More li not ed essi certamente sfuggirono all'attenzione di More stesso, prima quando li scrisse e poi quando li rilesse. La corta prefazione in prosa e i cinque carmi che essa introduce sono l'unica parte degli epigrammi di cui abbiamo la testimonianza manoscritta. Come si pu vedere dalle note al testo, le differenze tra il manoscritto presentato a Enrico Ottavo e la prima stampa dimostrano che More tent di correggere il suo latino. Nell'ultima frase della prefazione (r. 29), egli cambi honoratissimus [...] titulus in rarus [...] titulus, migliorando cos il latino e insieme accentuando il complimento al re. Nel r. 68 del n. 19 era caduto nell'errore da principiante di usare un congiuntivo dopo la congiunzione "cum" quando il riferimento  al tempo passato. Naturalmente, il congiuntivo  corretto quando c' "qualche" relazione causale (come accade di solito) tra l'azione della frase subordinata e ci che segue. More senza dubbio conosceva la regola e la trasgred senza pensarci; quando egli rivide i versi per la pubblicazione, constat quanto assurdo fosse asserire che Achille, durante un episodio della sua giovinezza, era un bel giovane "perch" travestito da donna. Di conseguenza sostitu il congiuntivo con l'indicativo. E' possibile che qualche amico richiamasse l'attenzione di More sull'errore, ma  altrettanto verosimile che More, rileggendo la sua composizione, non avesse bisogno di suggerimenti per apportare la correzione.
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Se vogliamo giudicare il latino di More secondo i canoni del suo tempo possiamo farlo facilmente considerando le critiche di Brixio alle poesie edite nel 1518 (9). Germano Brixio, un discepolo del Lascaris e del Musuro, amico di Erasmo ed uno dei pi rinomati latinisti del suo tempo (10), non era un dotto alla pari di Erasmo o di Longolio o di Bud, ma era un uomo colto. La sua disputa con More sorse, come accadeva non raramente tra gli umanisti, da opposti nazionalismi, e divenne presto, come di regola accadeva tra gli umanisti, una controversia sui rispettivi meriti di latinisti. More attacc Brixio per avere enfatizzato in una poesia il valore di un capitano francese durante la breve ed inutile guerra tra Enrico Ottavo e Luigi Dodicesimo. Brixio, seguendo il costume consolidato, replic con un pamphlet di ritorsione, l'"Antimorus", che conteneva un aculeo gi nella variante ortografica "Antimorus" da Brixio adottata in quattro casi (11). Possiamo essere sicuri che Brixio rilev nel latino di More ogni errore che riusc a scoprire.
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More probabilmente ebbe nelle sue mani l'"Antimorus" quando effettu la revisione dell'edizione del 1520. Le correzioni che egli apport o alle quali rinunci ci consentono di valutare con cura la sua condotta di fronte ai modelli classici e contemporanei. Le anomalie in questione vennero trattate da More in tre distinte maniere: alcune furono corrette, altre conservate, ad altre egli cerc di porre riparo con affrettati ritocchi.
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Certamente non tutti gli errori contenuti nell'edizione del 1518 erano dovuti a More. Come egli fece osservare nella "Lettera a Brixio" (12), alcuni erano certamente dovuti a un copista o a un compositore. Per esempio al n. 31, r. 4, More deve aver scritto la forma contratta "coplat", che qualcuno erroneamente cambi nella forma pi usuale copulat (13). Ma Brixio trov anche alcuni errori che era difficile o impossibile giustificare. More aveva alterato le quantit che io qui segno in modo corretto: heroidas, leoninam, macerent (14). More pot correggere gli sbagli facilmente.
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Gli errori che More non corresse possono essere molto istruttivi per noi. Se i casi fossero soltanto uno o due, potremmo archiviarli come sviste o supporre che More si sia sottratto alla fatica di correggerli. Ma ce ne sono a sufficienza per metterci in grado di ricostruire il pensiero di More. Varr la pena di esaminarne alcuni.
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In latino, conforme al greco in questo, filosofia  "philosophia" e filosofo, naturalmente,  "philosophus";  ovvio, quindi, che le parole non possono essere usate nel verso eroico o elegiaco (15). More, per, scrisse philosophia al n. 19, r. 119, e philosophus al n. 261, r. 3. Sono certo, tuttavia, che egli non era n ignaro della cosa n intenzionato a violare avventatamente la lingua per comprimere le parole nel verso. Come molti dei suoi contemporanei, More lesse ampiamente e rispettosamente molti poeti latini tardi, le cui opere non sono ora affrontate come poesia praticamente da nessuno, e soltanto di quando in quando da studiosi che con decisione ne evidenziano la decadenza linguistica e culturale. Sidonio Apollinare, vescovo di Augustonemetum (Clermont-Ferrand) nella seconda met del quinto secolo, che, nonostante le sue pretese, conosceva il greco poco o nient'affatto, era solito considerare lunga la prima sillaba di "philosophus" (16); Prudenzio, uno spagnolo cristiano della fine del quarto secolo, faceva lunga la penultima sillaba di "sophia" (17), forse perch non conosceva le regole elementari dell'accentazione greca. Sono certo che More commise gli errori fin dall'inizio e poi persever in essi perch considerava quegli scrittori sufficientemente autorevoli. Analogamente, non esit a usare "congaudere", una parola postclassica attestata da prosatori e poeti tardi (18).
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Al n. 167, r. 3, troviamo oportunum. La forma corretta, naturalmente,  "opportunus", e la doppia consonante fa lunga la prima sillaba. La parola deriva da "ob + portus" (19), ma con il declino culturale del mondo antico si diffuse la convinzione che derivasse da "oportet". L'errore ortografico "oportunus" risale almeno ad una iscrizione del 261 d. C. (20) ed  divenuto la forma usuale negli scrittori cristiani, alcuni dei quali specificamente adottarono la falsa etimologia da "oportet" (21). L'errore fu denunciato nella prima opera di lessicografia umanistica, "Cornucopiae" di Niccol Perotti (compilata nel 1473-1478, edita nel 1489, e poi frequentemente ristampata) (22). Sembra tuttavia che More abbia accettato la falsa etimologia ovvero che abbia considerato gli scrittori tardolatini come rivestiti di sufficiente autorit in materia ortografica; egli di conseguenza disdegn l'appunto di Brixio.
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Con tutta probabilit, More scrisse la prima sillaba di "pulices" breve in ambedue i versi del n. 106 perch aveva visto la parola usata cos nello pseudo-ovidiano "De pulice", da lui forse considerato opera della tarda antichit, certamente non di Ovidio 23. Riport come breve l'ultima sillaba di "impar" al n. 114, r. 9, sull'autorit di Ausonio o di Prudenzio. E bench, senza dubbio, conoscesse che il perfetto di "iuvare"  "iuvi", pens che "iuvaverit", al n. 143, r. 125, fosse una variazione legittima (25).
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I precedenti esempi sono sufficienti per dimostrare che More non sbagli n per ignoranza n per la decisione di prendersi delle licenze giudicate talvolta ammissibili in una lingua viva. Segu la norma e i precedenti con lo scrupolo di qualsiasi altro umanista; differ dai classicisti pi rigidi, nei suoi rapporti con scrittori, per lo pi cristiani, di sufficiente autorit, solo per alcune relativamente modeste deroghe dai canoni strettamente classici. Pu darsi che al momento di scrivere ognuna delle parole sopra esaminate egli non si sia posto il problema, ma sono incline a credere che abbia richiamato alla sua mente una qualche autorit quando decise di ignorare le critiche di Brixio.
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Se la polemica tra loro fosse continuata, sarebbe probabilmente sfociata in un confronto "De imitatione", come quello tra Gianfrancesco Pico della Mirandola e Bembo (26). Il problema dell'imitazione, su cui si erano misurati gli umanisti fin dall'inizio, nel Sedicesimo secolo rimase irrisolto e ciascuno scrittore scelse per s una posizione nell'ampio spazio tra i pi intransigenti ciceroniani, che non permettevano nulla che non avesse riscontro in Cicerone per la prosa e in Virgilio per la poesia, e i pi spregiudicati beroaldisti (27), che si dilettavano di ricavare arcaismi e strane locuzioni dai glossari e di arricchire il latino con massicci imprestiti dal greco.
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Oltre alle false quantit della metrica, Brixio critic quattro neologismi. Bench non sia in grado di citare l'uso di "claudipes" da parte di un precedente umanista, sono certo che la parola non trae origine da More (27, r. 2, 28, r. 2) (28). Ad essa si rimprovera di essere una tautologia: un uomo pu essere "claudus", zoppo (o "claudus altero pede", zoppo solo ad un piede), o "loripes" (con deboli o contorti arti), ma sembra superfluo formare una nuova parola che significa niente pi che "claudus". L'obiezione alla parola imbibum usata da More al n. 89, r. 16, che non ricordo d'aver visto altrove,  che non sapremmo che cosa significhi, se non ci riferissimo al greco che egli stava traducendo. Per analogia, la parola evoca qualcosa come bevendo dentro o non bevendo. Soltanto se ci riferiamo al greco, nel quale la coppa  descritta come profondamente incavata, possiamo renderci conto che More probabilmente intese inesauribile, cio una coppa senza fondo da cui si pu bere senza fine (29). Certamente la parola di More ha qualcosa in comune con bere, ma i suoi versi coriambici scorrono cos leggeri che forse soltanto un pedante troppo sobrio si fermerebbe a chiedere una precisa definizione.
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Al n. 95, r. 12, More incontr la piccola e noiosa difficolt che ci assilla ogni volta che cerchiamo di tradurre in latino mode dell'abbigliamento di oggi o in qualsiasi altra lingua mode del passato senza aggiungere un paragrafo descrittivo o fornire un'immagine. Il termine tecnico preciso  adatto a fungere per l'occasione, effimero come la moda che descrive. Per esempio, l'affermazione che un uomo portava un "wide-awake" (30) non significherebbe niente di preciso per il lettore medio di oggi, a soli pochi decenni dall'epoca in cui il termine era di uso generalizzato. In quel verso della sua poesia, More, senza dubbio nel tentativo di essere esatto, us una parola classica e due medievali, e noi non possiamo sapere con certezza che cosa intendesse dire (31). Brixio, anch'egli sconcertato, aveva qualche motivo per obiettare, ma More, che doveva avere nella sua mente una chiara immagine del costume che descriveva, ignor l'obiezione.
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Quando noi consideriamo gli errori che More lasci non corretti, possiamo deplorare la fiducia che ripose in autori della decadenza o il suo gusto in fatto di lingua latina, ma soltanto in pochi casi possiamo accusarlo di aver sbagliato per ignoranza o per inavvertenza. Il quarto rigo del n. 206 sembra affermare: i cortigiani stettero in piedi di fronte ai loro stessi piedi. Naturalmente More non intendeva ci; qui, come nell'"Utopia" (C.W. 4,579), egli us l'aggettivo riflessivo liberamente (32). In 118, r. 5, il testo latino, se significa qualcosa, dice: egli stava per andare a morire di fronte a suo padre; nell'intento di dire davanti a suo padre, More confuse "prae", che come preposizione non pu riferirsi al tempo, con "ante", che lo pu.
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Il resto delle obiezioni di Brixio tratta cose di minor conto. Al n. 101, r. 10, More ha serio, e per due volte (5, r. 13; 17, r. 9) scand denuo: probabilmente pens che l'abbreviamento dell'o finale nel latino del periodo argenteo potesse essere esteso a tutti gli avverbi 33; sia Stazio sia Valerio Flacco, per esempio, hanno vero, ed  del tutto plausibile che More avrebbe potuto indicare in qualche scrittore della decadenza un esempio della parola che egli usa.
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Al n. 198, r. 17, omni anno per "quotannis" o "quoque anno" risulterebbe inescusabile in prosa, ma sarebbe meschino negare a More la licenza che noi concediamo ad Ovidio, quando gli permettiamo di scrivere omnis amans (ogni amante), e a Lucano, la cui omni hora (9,883, dove dovrebbe significare ogni ora) More avrebbe potuto probabilmente citare in sua difesa - a meno che egli non avesse avuto in mente qualche esatto precedente.
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Al n. 247, rr. 8-9, More senza dubbio sapeva che credere in daemones o in deum costituivano dei solecismi, ma sarebbe stato grottesco non usare il latino ecclesiastico usuale (34) quando si riportava una conversazione dal confessionale - senza dire nulla del fatto che l'intera battuta dipende da quella costruzione. Il sacerdote chiede se l'uomo ha mai fatto ricorso a formule magiche o a incantesimi (an unquam malos / ritu prophano crediderat in daemonas). Il penitente ignorante, fraintendendo, replica: Ma se a stento credo ancora in Dio (vix adhuc credo in deum). Brixio lo sapeva, ma faceva semplicemente il malizioso. E' allora sorprendente che in questo componimento egli non abbia notato n al r. 6, che fa del quarto piede un pirrichio, o crediderat al r. 7, che quasi certamente  un errore tipografico per "crediderit", ma che poteva essere denunciato come esempio di uno dei peggiori solecismi, l'uso di un indicativo in una domanda indiretta (35).
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Alcune correzioni apportate da More all'edizione del 1520, tuttavia, non possono essere facilmente sostenute. Danno un'impressione di fretta o di negligenza e, come rattoppi pi vistosi dei buchi che coprono, rendono la veste poetica di More un tantino trasandata. Un'adeguata correzione avrebbe comportato il rifacimento di uno o pi versi, ma More sembra aver buttato gi la prima cosa che gli  venuta in mente come ripiego per un minimo di cambiamento. Fu probabilmente preso dalla fretta e dall'impazienza. In una lettera ad Erasmo, scritta verso la fine di giugno del 1516 (36), More, declinando un complimento che Erasmo gli aveva rivolto, diceva:
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Quando mi lodi per i miei progressi [nella conoscenza del latino], arrossisco di vergogna, perch ben comprendo quanto la mia competenza decresca di giorno in giorno rispetto a com'era un tempo. Ci  quanto necessariamente succede ad un uomo che  di continuo impegnato in beghe legali, completamente estranee a ogni specie di cultura - ed  in questo lavoro ingrato che mi ha gettato la mia carriera. Sono ora cos incalzato da queste stupide faccende che la mia mente non  in grado di riflettere, n le mie parole sono adeguate ad un discorso ben costruito. Se, quindi, esamini la scelta delle mie parole e misuri la mia abilit stilistica - se conti, cio, i miei solecismi e barbarismi - faresti meglio ad ordinarmi di tacere.
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Senza dubbio prigioniero delle sue pubbliche mansioni nel 1516,  molto improbabile che More fosse meno occupato quattro anni pi tardi, quando rivide i versi latini per una nuova edizione. E' davvero possibile che non abbia avuto tempo per un accurato controllo. Se ci si accinge a scrivere un epigramma su un uomo di nome Ncolaus, non si dovrebbe cercare di farlo in versi elegiaci, ma More, sbagliando la quantit della terza sillaba, fece proprio cos.
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L'unica vera soluzione sarebbe stata di riscrivere l'intera composizione in senari, settenari, faleci o qualche altro verso che potesse accogliere una parola in cui una breve fosse compresa tra due lunghe. Ma More, quando s'accinse a correggere il n. 96, trov subito una via d'uscita: pens alla variante greca "Nikolos", e la latinizz (impropriamente). Quando lod il giovane re Enrico (19, r. 100), egli pens, sembra, la frase "Mercatoribus aperit mare", ma per ragioni metriche, e forse fuorviato dall'inglese, sostitu il dativo con "ad" ed un accusativo. Nel tentativo di riparare l'errore, egli scrisse ad mercaturas, che non migliora molto le cose e significa pressappoco egli apr il mare al commercio (37). Nel n. 135, r. 4, avendo sbagliato la quantit di edat (38), allung una sillaba scrivendo indat, ma ottenne un verso senza senso, dal momento che il verbo non significa mangiare (39) bens introdurre.
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Quanto fosse superficiale la revisione di More pu essere notato pi chiaramente nella sua manipolazione del n. 25, r. 5. Nella prima stampa, quel verso appariva come segue:
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Sic et Phlolaum quondam occidere Creterises.
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Qui egli commise due errori metrici (un anapesto nel secondo piede e un cretico nel quinto) pi un errore geografico, perch il fatto, come era chiaramente indicato nell'originale greco di More, avvenne a Crotone, nel Meridione d'Italia, e non a Creta. Nella sua revisione More evidentemente ricorse alle prime soluzioni che gli vennero in mente, inclusa un'alterazione del nome del filosofo analoga a quella introdotta per Nicolaus, e cos scrisse in fretta sulla sua copia:
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Sic et Philoleon quondam occidere Crotone.
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Si sbarazz dell'errore geografico, a costo di lasciare il verbo senza soggetto espresso, ed elimin il cretico, ma mise un trbraco al posto dell'anapesto il che certamente non migliora le cose (40).
Nulla  pi chiaro del fatto che, se si fosse concesso dieci minuti in pi del suo tempo, avrebbe potuto costruire un esametro regolare senza sostituire o spostare una singola parola. Oltre tutto egli non era vittima di pedanterie eccessive quando si trattava di introdurre elisioni, cesure e dieresi, una decina in tutto. Avrebbe potuto facilmente (a) ristabilire il soggetto, (b) ricorrere ad un patronimico del tipo liberamente coniato dagli umanisti, (c) riconoscere che il nome della citt non  veramente significativo o (d) riscrivere il verso per mettere in rilievo uno degli elementi significativi della situazione alla quale si allude. Per esempio:
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a. Sic, Philola, Croton te patria perdidit olim
Sic cives Philolaum olim occidere Crotonae
b. Sic olim occidere Crotoniadae Philolaum
c. Patria sic quondam tua te, Philola, peremit
d. Et quondam occidit Philolaum patria magnum
Sic Philolaum olim iugulavit turba Crotonis
Civili sapiens errore perit Philolaus
Sic, ingrata Croton, Philolaum sponte necasti
Te, Philola, Croton insontem tradidit Orco
Doctum sic cives mactaverunt Philolaum
Sic Philolaum Orco misit Croto Pythagoreum
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Bench questi esempi non siano esaurienti, sono sufficienti per dimostrare che More non si trov di fronte ad un problema la cui unica soluzione fosse rappresentata dal suo vano tentativo.
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Prese nell'insieme, le correzioni di More denotano il lavoro affrettato di un uomo che ritorna a studi negletti da tanto tempo avendo a disposizione pochi momenti di libert, forse alla fine di giornate consumate in un tipo di lavoro che pochi uomini riescono a bandire del tutto dalla mente anche per un un'ora. Mansioni come quelle a cui More era assurto esigono continua vigilanza, costante abilit, inquieta preveggenza e frequente esame di coscienza. Non dobbiamo pensare a lui, anche nelle sue ore di libert dalle esigenze dell'ufficio o della famiglia, come a un letterato che serenamente soppesa "elegantiae" nel segreto del suo studio con quella tranquillit di spirito che pu essere conosciuta solo da chi si sente al riparo dalle convulse attivit del mondo chiassoso. E' da molto tempo che More non poteva pi starsene da solo con le cose eterne. Ma anche se More avesse avuto tutto il tempo desiderabile per rivedere le sue poesie, probabilmente non avrebbe eliminato tutti i difetti (41). N, forse, la maggior parte dei suoi contemporanei si sarebbe aspettata che lo facesse.
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Gli errori che sfuggirono alla ricerca di Brixio ci danno un'altra visione dei criteri del tempo. Egli non not alcune false quantit, come in cuclus (253, r. 14). Ma ci che ci sorprende realmente  che non s'accorse di un'espressione non idiomatica come semita itur alicui (42) o di idiotismi poco comuni come petor aliquid o exigor aliquid (43). Ho l'impressione che More si sia immaginato di usare il passivo d'un verbo piuttosto che un aggettivo quando cerc di dare a infortunata est privigno il senso lei porta sfortuna al suo figliastro (44). Questi sono veramente degli affronti alla logica, com' su scala minore l'espressione "corripere aliquid in digitos" (cfr. n. 129, r. 4), con la quale More intese tenere in mano.
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Il punto focale  che Brixio, nonostante tutta la sua animosit, non fece commenti su errori evidenti per noi - n Erasmo, che con ogni probabilit lesse i versi del suo amico prima di trasmetterli allo stampatore, ritenne necessario suggerire dei cambiamenti. Possiamo supporre che Erasmo abbia letto molto in fretta oppure che abbia considerato perfino questa violenza alla sintassi come un'ammissibile licenza poetica. Non esiste prova migliore dell'incertezza e della tolleranza caratteristiche di tutti i contemporanei di More, inclusi anche coloro che molto ostentatamente facevano sfoggio della loro severa dedizione ai pi rigidi canoni classici.
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I metri di More.
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A prescindere dalle citazioni di Brixio, tutte le composizioni d questo volume, eccetto trentacinque poesie o parti di poesie, sono in distici elegiaci. Gli altri metri sono:
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- esametro dattilico: nn. 26, 51, 136, 137, 146, 160, 223, 233, 235.
- trimetro giambico: nn. 12 (seconda versione), 62, 63, 66 (scazonte), 85, 91, 95, 145, 245, 247.
- strofa giambica: nn. 22, 111, 121, 144, 193, 277.
- esametro dattilico alternato con dimetro giambico: nn. 113, 147, 251, 266.
- dimetro giambico: nn. 109, 205, 281.
- endecasillabi: nn. 276 (seconda poesia), 280.
- gliconeo secondo catalettico (coriambico): n. 89
- dimetro giambico brachicatalettico: n. 143.
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Di questi metri, il distico elegiaco, l'esametro dattilico e il trimetro giambico ricorrono nelle poesie greche che More traduceva. Di solito egli riprodusse i metri degli originali, ma nei nn. 91, 145 e 89 li mut in un'altra forma metrica. D'altro lato, le strofe giambiche, il dimetro giambico brachicatalettico, gli endecasillabi, l'esametro dattilico alternato con il dimetro giambico ricorrono soltanto quando l'argomento di More  originale.
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More us l'esametro dattilico soltanto in poesie molto brevi, come si addice a un libro di epigrammi. Potevamo aspettarci che il n. 19, scritto per un'importante occasione pubblica, venisse scritto in esametri, ma forse More non si sentiva a suo agio in questo metro. Nei suoi distici elegiaci (il pi comune metro epigrammatico e senza dubbio il metro pi usato dagli scolari del Rinascimento), More segue Catullo e Marziale; non aderisce sempre a un rigoroso modello ovidiano, che richiede una parola bisillabica alla fine dei pentametri, ma in quella posizione usa polisillabi. Non  soggetto alla pratica medievale di scrivere una sillaba breve alla fine della prima met del pentametro (45). More non scrisse endecasillabi negli "Epigrammata", bench Catullo e Marziale ne avessero molti. Egli pu aver ritenuto questa forma troppo personale ed emotiva, associandola a Catullo. I suoi due componimenti in endecasillabi (nn. 276 e 280) sono d'occasione e personali.
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Nel trimetro giambico egli segue Catullo, Marziale e Orazio ("Epodi", 17). I suoi principali modelli per la strofa giambica furono Orazio ("Epodi", 1-10) e Marziale (3,14). Nell'alternare gli esametri dattilici con i dimetri giambici segue Orazio ("Epodi", 14, 15); Catullo e Marziale non usano questi metri. Il dimetro giambico (il secondo verso di una strofa giambica usata da sola) non ricorre in alcun poeta classico, eccetto Seneca ("Thyestes", 344ss.). Il gliconeo secondo catalettico (o coriambico), usato da More soltanto nel n. 89 come qualcosa di somigliante al metro anacreontico del greco che egli traduce, si trova nei versi di Catullo, Seneca e Prudenzio. Il dimetro giambico brachicatalettico (tre giambi) non  usato dai poeti classici, ma era una forma di verso latino accettata ai tempi di More (46).
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Negli "Epigrammata" si nota l'intento di dare un'impressione di casualit, argomenti e forme metriche sembrano predisposti in modo da assicurare una certa variet. C' anche un'armonia di tono, ma questa  forse dovuta al carattere di More, dal momento che le poesie furono scritte in un lungo arco di tempo. 1 metri lirici utilizzati sono per lo pi quelli degli "Epodi" di Orazio, un libro vicino al contenuto degli epigrammi. Non c' l'elevatezza delle strofe saffica e alcaica come nei "Carmina" di Orazio. Le emozioni personali descritte tendono ad essere alquanto oggettivate: l'incontro con colei che aveva amato da giovane, ora nella sua maturit; la cura per i suoi figli; un epitaffio per s e le sue mogli che  notevole per la sua insolita, diciamo pure epigrammatica, conclusione.
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Tecniche di versificazione.
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Quando rivolgiamo l'attenzione dai fatti della lingua alle "elegantiae" della versificazione, passiamo necessariamente dalla limpida luce di dati indiscutibili al brumoso reame del gusto e dell'estetica. Sappiamo se una data sillaba  lunga o breve o ancipite e, con l'eccezione di alcune rare parole reperite solo in testi discutibili, tutto rientra nella norma; ma quando cerchiamo di fissare delle regole sulla cesura, sulle posizioni che rendono la dieresi metrica legittima e ammissibile o obbligatoria la coincidenza dell'arsi metrica con il normale accento, e sulla lunghezza sillabica di parole poste alla fine di un esametro o di un pentametro, noi siamo costretti a compilare delle statistiche circa le preferenze e le antipatie dei grandi poeti. Sappiamo che la dieresi metrica dovrebbe essere evitata nel secondo e terzo piede dell'esametro, specialmente nel terzo, e sappiamo inoltre che non si tratta di una regola arbitraria, perch  vero che la coincidenza della fine di una parola con la fine di un piede rompe l'unit del verso metrico e che tale coincidenza alla fine del secondo e terzo piede tende a spezzare un esametro in tre parti o in due ed  quindi particolarmente criticabile.
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Possiamo applicare agli umanisti i criteri di versificazione che vediamo adottati dai grandi poeti classici. Se i loro versi offendono l'orecchio per monotonia o cesure e dieresi fuori della norma, possiamo biasimare il loro gusto e registrare la loro incapacit a imitare i modelli classici sotto tutti i punti di vista. Mi fermo qui. Certamente non possiamo negare agli umanisti il diritto alla sperimentazione (a loro rischio) di insoliti metri, come il dimetro giambico brachicatalettico che More usa in uno dei suoi migliori carmi o la struttura metrica complessa e senza precedenti che il Poliziano us per armonizzare il verso latino con la lamentosa musica dei moderni strumenti a corda (47). E se essi hanno quindi il diritto alla sperimentazione, sono anche autorizzati a comporre (a loro rischio) esametri che non abbiano cesure corrispondenti a quelle statisticamente prevalenti presso i grandi poeti.
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Se consideriamo la versificazione di More, troviamo che la sua tecnica , in generale, classica, ma soggetta a mutamenti piuttosto notevoli che non sembrano essere dovuti semplicemente al divario esistente tra la sua prudenza giovanile e quella pi esperta degli anni maturi. Se prendiamo in esame i primi 104 versi (rr. 8-111) del n. 19, che fu scritto nel 1509, e arbitrariamente scegliamo il n. 169 per iniziare un campione di 104 versi da una serie di epigrammi (fino al carme 184, r. 5 [ = v. 41), non troviamo evidenti differenze. Ma queste differenze appaiono di certo nei "Progymnasmata", come apparir chiaro dalla tabella seguente, in cui le occorrenze negli esametri dei "Progymnasmata" di More sono state moltiplicate per due per renderle direttamente confrontabili con i campioni di 104 versi ciascuno (48).
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Degni di nota in More sono il pi frequente uso del verso con cesura eftemimera nei "Progymnasmata" e la sua relativamente maggiore tendenza a versi nei quali la vera pausa di senso  segnata dalla dieresi, non dalla cesura. Nel suo carme n. 19 per l'incoronazione di Enrico Ottavo, le righe 32 e 76 sono
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Leges invalidae prius, / immo nocere coactae
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e
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quaque modo sortem ferat, / et moderetur utramque.
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Le parole che precedono la riprensibile dieresi costituiscono due pirrichi, e le parole finiscono con il piede l dove uno si aspetterebbe una cesura pentemimera. Il r. 13 del n. 10 dei "Progymnasmata"  dello stesso tipo:
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"Degener O Spartes genus / ito in Tartara tandem.
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Una parola pirrichia, naturalmente, previene la coincidenza dell'ictus metrico e dell'accento della parola, cosicch questi versi, bench forse non ammirevoli, sono accettabili.
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Esametri veramente sorprendenti ricorrono al n. 5. 2 meglio citare i due distici per intero:
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Tamquam iam moriturus / partis utere rebus;
tamquam victurus denuo parce tuis.
Ille sapit, qui / perpensis his rite duobus,
parcus erit certo munifcusque modo.
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Nel secondo esametro, la dieresi  formata da un monosillabo, e c' una cesura tritemimera che pu essere sufficiente a sostenere il verso. Il primo verso, tuttavia,  nettamente diviso in due parti e lo spondeo, naturalmente, fa coincidere l'ictus con l'accento, e non c' nemmeno l'ombra di una vera cesura. Abbiamo, in breve, una situazione che i metricologi benevoli chiamano intollerabile e quelli pi severi abominevole.
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Non sono incaricato della difesa di More, ma mi domando se ci che in generale va condannato, non dovrebbe essere qui condonato. Mi chiedo se la rudezza del verso di Ennio (49) non possa essere appropriata all'argomento, che non  un volo di elegante fantasia e neppure una battuta di spirito, ma una sentenza contenente un consiglio pratico in materia di denaro - il genere di poesia che non  escluso dall'ufficio contabile. La decisione compete al lettore.
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NOTE.
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Nota 1. More, che probabilmente intendeva saeva nel senso di crudele piuttosto che di severa, trae la sua espressione dall'episodio riportato, mentre Lily pu essere stato influenzato dall'"Antologia palatina ("A.P."), Settimo, 433, in cui la madre, nel parlare, digrigna denti affilati, e forse da A.P. Settimo, 531, in cui squadra il figlio morente con sguardo torvo, la bava alla bocca. A.P. Settimo, 433  in Planude. A.P. Settimo, 5 3 1, Lily pot invece trovarlo in Suida, il cui testo greco, edito da Demetrio Calcondila, era stato stampato a Milano nel 1499.
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Nota 2. Fu omessa nei nn. 27, 35, 36, 46, 53, 55, 58, 99 (forse perch l'ultimo distico del greco non fu tradotto), 100, 130 (probabilmente un errore tipografico) e 137. Due epigrammi hanno per titolo e Graeco, ma non corrispondono ad epigrammi greci conosciuti: nn. 50 e 72.
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Nota 3. Cfr. n. 100, nota 2.
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Nota 4. Cfr. n. 149, nota 2.
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Nota 5. Cfr. n. 155, nota 2. Pare inoltre che More non abbia inteso il vero senso del n. 24, ma l'epigramma  cos oscuro che il suo significato sembra essere stato colto per primo dal professor Charles Lynch in "Anthologia Palatina", 11.46, in Classical Philology, 48 (1953), pp. 17-19.
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Nota 6. Cfr. n. 130, nota 2.
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Nota 7. Il verbo  usato frequentemente per descrivere gli effetti dell'et avanzata e della malattia, quando alcune facolt, come la vista e l'udito, muoiono prima che muoia l'individuo, e pu essere riferito metaforicamente agli effetti del vizio e del delitto, che uccidono il senso morale di un uomo mentre questi  ancora in vita. Ma ci sono casi (cfr. Ovidio, "Amores", 3,7,65; Livio, 3,72,5) in cui "praemortuus" ricorre con questo significato, quando il contesto non basta al lettore per poter dire che il significato non  completamente morto. In altri epigrammi (n. 72, r. 10; n. 250, r. 6) More ha usato correttamente il verbo "praemori".
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Nota 8. E' corretto dire, per esempio, "memoria tui" nel senso ricordo di te perch memoria tua potrebbe significare il tuo ricordo [di un'altra persona].
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Nota 9. Per l'elenco e la classificazione delle obiezioni di Brixio vedere l'Appendix C in CW 3/11, p. 681 (commento alle rr. 10-11 della lettera di More a Brixio). Germain de Brie nacque ad Auxerre tra il 1488 e il 1490 e studi diritto fino al 1508, quando si rec a Venezia per approfondire la conoscenza del greco con Giovanni Lascaris. Pi tardi fu a Padova, sotto Marco Musuro. In Italia conobbe Bembo e Aleandro e godette dell'amicizia di Erasmo, che lo invit a contribuire agli "Adagia". Ricevuti gli ordini sacri, giunse a Roma nel 1509 al servizio del vescovo di Albi. Tornato in Francia, fu segretario della regina Anna fino al 1514 e cappellano del re a partire dal 1517. Ricco e famoso, fece delle sue case un raffinato luogo di incontro per amici e letterati. Mor il 27 luglio 1538.
Nota 10. Nel 1530 Erasmo (Allen, 9, 32) scrisse a Brixio che Froben era desideroso di stampare qualcosa di suo perch Germani Brixii nomen iam illustre est, et librum emptori per se commendat. Cfr. CW 3/11, Appendix A, pp. 429-432.
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Nota 11. Cfr. C.W. 3/11, p. 542, r. 31; p. 544, r. 28; p. 545, rr. 9 e 24. "Mors" significa pazzo.
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Nota 12. Cfr. CW 3/11, Appendix C, pp. 622-626.
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Nota 13. Per altri esempi cfr. i nn. 19, nota 23; 62, nota 2; 214, nota 2. Vedere pure CW 3/11, Commentary, pp. 334-335, 19/180, p. 353, 76/10, e p. 368, 130/4. Quattro altri errori possono essere imputati all'amanuense o al compositore (cfr. CW 3/11, Commentary, p. 337, 23/5, p. 338, 25/5, p. 353, 75/9, p. 357, 90/14).
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Nota 14. Nn. 19, r. 167; 18 1, r. 6; 203, r. 8.
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Nota 15. Cio nell'esametro dattilico e nel distico (costituito da esametro pi pentametro). Per una migliore comprensione di queste pagine  possibile consultare in Appendice (pp. 411-418) la Guida alla prosodia e alla metrica latine.
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Nota 16. "Carmina" 15, 43, 182, 187.
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Nota 17. Contra Symmachum, 34.
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Nota 18. Cfr. CW 3/11, Commentary, pp. 328-329, 19/34.
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Nota 19. Cfr. CW 3/11, p. 26, nota 3.
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Nota 20. "Corpus Inscriptionum Latinarum" (da ora in avanti, C.I.L.), ed. Theodor Mommsen et al., 16 voll., 1858-1955, II, 5759.
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Nota 21. Pu essere interessante notare che Erasmo non commise questo errore: l'ortografia corretta  garantita dal metro nella sua "Elegia de patientia", 92 ("The Poems of Desiderius Erasmus", ed. C. Reedijk, Leiden, 1956, p. 151), scritta all'et di circa diciannove anni.
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Nota 22. "Cornucopiae", Venezia, Aldo Manuzio, 1517, col. 97, rr. 12-26.
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Nota 23. Cfr. CW 3/11, Commentary, p. 362, 106/3-4.
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Nota 24. Per es. Ausonio, "Griphus ternarii numeri", 54; Prudenzio, "Contra Symmachum", r. 168.
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Nota 25. Cfr. n. 143, nota 7.
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Nota 26. "De imitatione", edito da Giorgio Santangelo, Firenze, 1954.
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Nota 27. Cos detti da Filippo Beroaldo il Vecchio (1453-1505), professore di retorica e di poesia presso l'universit di Bologna, sua citt natale.
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Nota 28. Cfr. CW 3/11, Commentary, p. 338, 27/2-28/2.
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Nota 29. Cfr. n. 89, nota 3.
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Nota 30. Cappello di feltro morbido con calotta bassa e larghe tese. Il termine  entrato nell'uso a partire dal 1837.
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Nota 31. Cfr. n. 95, nota 4.
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Nota 32. Cfr. n. 206, nota 2.
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Nota 33. Cfr. CW 3/11, Commentary, p. 322, 5/13.
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Nota 34. Cfr. n. 247, nota 3.
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Nota 35. Ma cfr. n. 94, nota 2, dove si osserva che l'indicativo  comune nel latino colloquiale pi antico, specialmente in Plauto (Khner-Stegmann, 2/2, 491-492). Vedere CW 14, 189/10-11.
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Nota 36. Allen, 2, 259.
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Nota 37. Ma cfr. n. 19, nota 23.
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Nota 38. L'errore fu facilitato dal fatto che le quantit del presente indicativo sono: "edo", "es", "est".
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Nota 39. E' probabile che More ricordasse confusamente Plauto, Casina, 247: si ego in os meum hodie vini guttam indidi ([mi prenda un colpo] se oggi ho versato una goccia di vino nella mia bocca).
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Nota 40. More, che aveva allungato la -i- di "philosophus" (cfr. p. 58), pu aver considerato legittimo fare altrettanto con altre parole che iniziassero con "philo-", ma non pu aver pensato che quella fosse la quantit corretta. Egli aveva il testo greco davanti a s e al n. 253 scrisse due volte Philomenus correttamente.
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Nota 41. Cfr. CW 3/11, Appendix C, p. 681, e il commento alla lettera di More a Brixio, sempre in CW 3/11, p. 630, rr. 10-11.
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Nota 42. N. 31, r. 7. More pu essere stato confuso dal fatto che in latino si pu dire "tum est" (il viaggio  stato ultimato) e "hac via itur Romam" (questa strada porta a Roma).
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Nota 43. N. 137, rr. 2-3; 222, r. 8. Aulo Gellio (15,14,5) dice che espressioni come "exigor portorium" sono giunte al latino dal greco,
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Nota 44. N. 241, r. 3. Il testo greco (cfr. CW 3/11, Commentary, p. 403, 241/1-4) chiarisce ci che More aveva cercato di dire.
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Nota 45. Nelle sue prime poesie Erasmo adotta occasionalmente questa soluzione (Reedijk, n. 8, r. 106).
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Nota 46. Cfr. n. 143, nota 1.
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Nota 47. Nel suo lamento "In Laurentium Medicem", l'ultima delle "Odae" del Poliziano.
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Nota 48. La classificazione nel suo complesso  chiara, ma vi sono dettagli della mia analisi che possono lasciare perplesso qualcuno.
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Nota 49. Cfr. Ennio, "Annales, 522, Ennianae Poesis Reliquiae", ed. Johannes Vahlen, Leipzig, 1903, p. 94.
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INTRODUZIONE Parte 3. GLI EPIGRAMMI DI MORE E DI ERASMO.
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Due poesie di More (1) esprimono gratitudine e ammirazione per un dittico pittorico commissionato da Erasmo e Pieter Gilles (2) e dipinto da Quentin Metsys. I ritratti uniti rappresentano Pieter Gilles di fronte ad Erasmo, intento a scrivere la parafrasi della Lettera di Paolo ai romani. In una lettera di ringraziamento ad Erasmo per il dittico, More scrisse che provava uno stimolante diletto al pensiero che i posteri lo avrebbero ricordato per l'amicizia con Erasmo, attestata dalle lettere, dai libri, dai dipinti e in ogni altro modo (3). Quando l'edizione 1518 dell'Utopia era ancora nelle fasi iniziali della lavorazione, Erasmo cur che il libro includesse un altro dittico, un dittico letterario suo e d More di modo che l'ultima e sostanziale parte del volume fosse costituita dagli epigrammi del famoso e dotto inglese Thomas More e dagli epigrammi di Desiderio Erasmo da Rotterdam, ognuno con il proprio solenne frontespizio.
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Per quanto More ed Erasmo molto ammirassero i bei dipinti, ed ambedue scrivessero parecchi epigrammi destinati ad accompagnare dipinti (4), ritenevano come gli altri umanisti che le lettere dessero una pi profonda immagine della personalit (5). I due infatti avevano composto un dittico letterario una dozzina d'anni prima, quando Erasmo era ospite nella casa di More a Londra, collaborando e gareggiando nella traduzione ed imitazione di alcuni dialoghi di Luciano. Erasmo poi aveva curato che entrambi i loro lavori fossero debitamente pubblicati (6). Per fortuna non abbiamo da scegliere tra ritratti scritti o dipinti: i grandi ritratti di Metsys, Drer e Holbein sono sopravvissuti; le traduzioni di Luciano eseguite da More sono state scrupolosamente pubblicate e studiate (7).
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Ambedue le parti del dittico poetico sono state accuratamente edite nel 1953 e nel 1956. Ma nessuno ha accostato le due raccolte di poesie per confrontarle con comodo come Erasmo almeno (e probabilmente anche More) chiaramente aveva inteso. Le affinit sono forse pi sorprendenti di quanto ci saremmo potuti aspettare. Ma un pi attento esame rivela caratteristiche differenze di temperamento, talento e modi di vedere, che confermano ci che noi conosciamo dagli altri scritti dei due grandi amici. Fu Erasmo ad approntare l'edizione del volume "Utopia-Epigrammata" che alla fine vide la luce presso Johann Froben, a Basilea, nel marzo 1518. Bench fosse nei Paesi Bassi ed in Inghilterra durante i due anni precedenti la pubblicazione, Erasmo esercit chiaramente un controllo considerevole (anche se non pieno e definitivo) sui contenuti.
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Fin dal giugno del 1516 Erasmo aveva probabilmente proposto di essere il curatore degli epigrammi di More (8), ma Froben non fu disponibile per la pubblicazione in volume unico delle opere di Erasmo e More prima del dicembre 1517. Avrebbe dovuto raccogliere le loro traduzioni di Luciano, il "Lamento della Pace" e la "Declamazione sulla Morte" di Erasmo, l'"Utopia" di More e le poesie latine di ambedue (9). Ma come Froben spieg alla fine del volume di dicembre, il libro era diventato troppo grosso, cosicch l'"Utopia" e la doppia serie di epigrammi furono pubblicati in un volume separato nel marzo del 1518. Nella sua prefazione agli epigrammi di Erasmo in questo volume, Froben afferm che, per venire incontro a una diffusa richiesta, aveva raccolto tutti gli epigrammi di Erasmo che era riuscito ad ottenere da Beato Renano e Bruno Amerbach.
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Froben in pratica ristamp, con lievi ritocchi, un certo numero di raccolte di poesie di Erasmo gi stampate, iniziando la lunga serie dal volume originariamente pubblicato a Parigi nel 1506-1507 (10). Essa fu seguita da una serie scritta per la scuola di Colet, originariamente pubblicata nel 1511 con il discorso di Erasmo sull'infanzia di Ges e con la sua edizione dei distici di Catone, un manuale di scuola stampato nel 1514 (11). Seguirono quattro inni a Michele, Gabriele, Raffaele e a tutti gli angeli, che erano stati stampati per la prima volta nel 1496 (12); una recente poesia greca alla Vergine, che Erasmo aveva offerto al suo santuario di Walsingham (13); tre poesie in lode di Schlettstadt e del suo brillante cenacolo di dotti umanisti, da volumi stampati nel 1514 e nel 1515 (14) ; ed infine sei poesie mai pubblicate prima (15). Gli epigrammi di Erasmo si aprivano con una nuova composizione, scritta alla fine degli anni novanta del Quindicesimo secolo ma mai pubblicata, un inno in onore di sant'Anna (16).
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E' significativo che a questa nuova composizione sia stato dato un posto d'onore all'inizio delle poesie, perch  veramente una sorta d'inno per la festa di sant'Anna, un esempio di quella poesia liturgica in cui Erasmo eccelleva. Uno dei nuovi carmi alla fine della raccolta di Erasmo  un incantevole ritratto di Andrea Ammonio, segretario in lingua latina di Enrico Ottavo e caro amico di Erasmo e di More (17). Il componimento dimostra che Ammonio condivideva molti tratti caratteristici di More: umorismo, garbo, cultura, eloquenza, modestia, generosit, prudenza e semplicit (18).
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Infatti Erasmo applica ad Ammonio una versione metrica della frase proverbiale che aveva scritto per More nella prefazione al suo "Moria", omnium horarum homo, che era stata scelta per richiamare l'attenzione sul personaggio ai tempi di Erasmo e che oggi  diventata famosa come un uomo per tutte le stagioni (19). Un'altra poesia, pubblicata per la prima volta nel volume del 1518, si prende burla dei francesi per la loro vile fuga nella battaglia degli Speroni (agosto del 1513). Essa fa parte delle bordate poetiche, inclusa la "Chordigera" di Brixio, scambiate durante le guerre tra la Francia e l'Inghilterra dal 1512 al 1514 (20). Erasmo la incluse in una lettera ad Ammonio scritta nel dicembre del 1513 (21).
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Questa lettera rivela che Erasmo era pienamente d'accordo con le obiezioni mosse da More allo stile mitologico ampolloso della "Chordigera" di Brixio, perch lod per propriet e sobriet una poesia di Ammonio su alcune campagne della guerra di Francia (22):

Alcuni hanno voluto sostenere che una poesia non  tale a meno che non si convochino a turno tutti gli dei dal cielo, dal mare e dalla terra e non la si infarcisca con centinaia di racconti leggendari. Per quanto mi riguarda, ho sempre amato il verso che non fosse lontano dalla prosa, purch prosa di prim'ordine [...] Provo il pi grande diletto nella poesia retorica e nella retorica poetica, tale che si possa percepire la poesia nella prosa e lo stile di un buon oratore nella poesia. E mentre altri uomini preferiscono elementi pi esotici, la mia particolare approvazione va alla tua abitudine di dipendere per i tuoi effetti dalla nuda narrazione e alla tua preoccupazione di esporre l'argomento pi che di far mostra della tua abilit (23).
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Il genere di poesia che Erasmo descrive qui si adatta molto bene alla poesia latina che More stesso scriveva: raramente mitologica o ovidiana, mai gonfia o pomposa e quasi sempre dotata delle virt della sua prosa: rigore logico, realismo vigoroso ed intelligenza penetrante. Forse Erasmo aveva pi profondi motivi di More per apprezzare tale poesia: nella sua giovinezza si era compiaciuto di una poesia aulica, eroica, profusamente decorativa (24), e gli erano occorsi alcuni anni e qualche sforzo per forgiare la sua grandiosit e colmare di metallo prezioso ogni fessura (come Keats una volta consigli a Shelley di fare).
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Erasmo era ben consapevole che le poesie di More riflettevano i suoi criteri della buona poesia con pi fedelt della maggior parte delle sue stesse composizioni, ed  suo merito aver voluto apparire in un dittico letterario in cui sapeva che il suo amico avrebbe meglio figurato (25).
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Lo stile di un buon oratore e i pregi della prosa di More sono sorprendentemente evidenti nella sua poesia encomiastica sull'incoronazione di Enrico Ottavo nel 1509 (n. 19). Circa dieci anni prima Erasmo aveva pure scritto un carme laudativo dedicato al principe Enrico, allora fanciullo di otto anni (26). More lo aveva accompagnato a visitare i principini a Eltham Palace (27), vicino a Londra, ed Erasmo era imbarazzato perch non aveva portato un omaggio poetico (ed anche un po' irritato con More perch non lo aveva preavvisato che quell'omaggio era atteso). In risposta ad una nota del principe Enrico, fattagli pervenire durante il pranzo, Erasmo prontamente compose un elegante componimento sulle due principesse e i tre principi.
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Sia la "Prosopopoeia Britanniae" (28) di Erasmo sia il carme di More per l'incoronazione hanno delle prefazioni indirizzate ad Enrico: faceta ma dignitosa quella di More, sentenziosa e leggermente paternalistica quella di Erasmo (come si addice a uno zio olandese che chiacchiera con il rampollo di una casa reale). Ambedue le poesie erano provviste, nei primi manoscritti ed edizioni, di note marginali che ne illustravano le parti salienti. Gli autori avevano all'incirca trent'anni quando scrissero i rispettivi componimenti. I due testi reclamano un leale confronto.
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Per due aspetti la poesia di More si distingue dalla usuale adulazione encomiastica che fiorisce all'istante per celebrare un'incoronazione: More ha qualcosa d'importante da dire intorno alle concrete circostanze storiche, e lo dice abilmente adattando il ben accetto modello oratorio dell'encomio. Gli ultimi anni di Enrico Ottavo erano stati penosi per la nobilt e per chiunque fosse abbastanza ricco da cadere sotto le grinfie della burocrazia fiscale e legale del re, diretta dalla spietata efficienza di uomini della risma di Dudley e Empson. Il tribunale regio aveva riesumato e tortuosamente riapplicato un antico statuto sulle prerogative del re volte a incrementare le sue rendite feudali (29). Enrico Ottavo aveva intimidito la nobilt mediante imprigionamenti e cauzioni, un sistema che, secondo uno storico, aveva messo la maggioranza dell'aristocrazia legalmente e finanziariamente in potere e alla merc del re, cosicch una persona correva il rischio concreto di incorrere in pesanti sanzioni se non garantiva l'onest e la lealt dei suoi amici; la qual cosa doveva aver creato una permanente atmosfera di circospezione, di sospetto e di paura (30).
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More avrebbe potuto ignorare i fatti reali e i risentimenti del tempo accumulando semplicemente banalit laudative sul nuovo re, ma egli scelse abilmente di lodare Enrico Ottavo in primo luogo per aver bandito l'ingiustizia, la paura e l'oppressione del regno di suo padre. More, naturalmente, non biasima in modo esplicito il re Enrico Ottavo, ma si limita a lodare Enrico Ottavo per aver abrogato alcune disposizioni del padre: Sic patriam, ut decuit, praetulit ille patri (19, r. 115: come doveva, antepose in ci la patria al padre). Brixio accus More di sgarbata ottusit per aver lodato Enrico Ottavo a spese di Enrico Ottavo (31). Ma Brixio ignorava le circostanze e il suo genere di poesia laudativa richiedeva soltanto una lieve attinenza con la realt. Come More fece notare in uno dei suoi epigrammi, Brixio non trov difficolt a far gareggiare il suo valoroso capitano con cinque diverse armi nello stesso tempo (n. 190). More  garbato nel trattare Enrico Settimo, ma se voleva aderire ai fatti reali e ai sentimenti, non poteva dare una visione favorevole degli ultimi anni del suo regno, n poteva ignorarli nel lodare Enrico Ottavo.
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Lo schema retorico del carme di More, accennato nelle note marginali della copia miniata che lo stesso More aveva ordinato per la presentazione ad Enrico,  il modello di Aftonio per un discorso di lode (32). Lo schema di Aftonio , a parere di Theodore Burgess (33), rappresentativo. Per Aftonio il rtore dovrebbe premettere un esordio secondo la natura dell'argomento. Poi indicare la discendenza, distinta in stirpe, madrepatria, antenati e genitori. Segue l'educazione, che ripartirai in istruzione, abilit e leggi. Poi elaborerai gli importantissimi temi delle qualit da lodare, che distinguerai secondo l'animo (la fortezza e la prudenza), secondo il corpo (la bellezza, la destrezza, la forza) e secondo la fortuna (il potere politico, la ricchezza, gli amici). Di seguito introduci paragoni per esaltare ci che  stato lodato. Infine un epilogo in forma di preghiera (34).
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Tutti questi temi sono reperibili nella composizione di More, ma l'abilit di questi si rivela nel loro ordinamento e adattamento alle esigenze della materia trattata. Egli inizia con un preambolo piuttosto lungo, imperniato sulla gioia della folla per l'incoronazione: le strade, le case, i tetti lungo il percorso della regale processione sono affollati; alcuni spettatori sfrecciano avanti per vedere la seconda e terza volta il re e la regina (35). More pone per prima la breve sezione delle doti fisiche (rr. 58-67), perch intende trattare le doti spirituali come se fossero in parte rivelate dalla prestanza di Enrico (rr. 70-93). Le due sezioni sono separate da un confronto di due versi con la bellezza e il valore di Achille (68-69).
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Quattro versi sull'educazione di Enrico (116-119) sono inseriti nel mezzo della pi lunga e importante sezione delle sue gesta (94-149), che pone l'accento sulla legittimit del suo diritto al trono (136-149), sul suo giusto atteggiamento nei confronti delle ricchezze e delle leggi (94-125), e sull'amore dei sudditi per lui come salvaguardia contro i disordini interni ed esterni (126-135). L'encomio di Enrico si conclude con le specifiche virt che gli provengono dai genitori, dalla nonna paterna e dal nonno materno (150-157) - sono stati accuratamente prescelti due dei quattro nonni (36). La sezione seguente (158-191)  la "laus reginae", un elogio pi breve alla novella regina, che si fonda sui meriti dei suoi antenati, ma soprattutto sulle virt del suo animo, esaltate dal confronto con eroine classiche come le donne sabine, Alcesti, Tanaquilla, Cornelia e Penelope (una saggia fusione di figure storiche e mitologiche). Questa parte serba anche tracce dell'epitalamio di Catullo, l'augurio di una prole che sorregga la casa reale ed il regno. Il poema si conclude (com'era iniziato) con un'apostrofe all'Anglia e con una preghiera che invoca l'aiuto celeste per la coppia regale e per i suoi discendenti.
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La poesia di Erasmo, "Prosopopoeia Britanniae",  debole l dove quella di More  forte, nel presentare le realt politiche, ma ha un suo effettivo valore. A parlare  la Britannia personificata, che inizia proclamando le proprie lodi - una tattica pericolosa eccetto per chi  spudorato come la Pazzia. La Britannia non ha bisogno d'invidiare, dice, la lana dell'India, i profumi d'Arabia, i fiumi d'oro della Spagna, il delta del Nilo in Egitto, i vigneti del Reno, i fertili campi dell'Africa, perch pu uguagliare tutto ci. Essa ha anche uno splendido clima - si trattava del primo soggiorno di Erasmo in Inghilterra, che non dur a lungo.
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Ha giornate lunghe, dice, dimenticando opportunamente che esse sono di conseguenza corte d'inverno. Non si esalta perch i greci e i romani la definirono un mondo a s, ma perch ha un re magnifico come Enrico Settimo, Marte in guerra, Minerva in pace, capace di immolarsi come Codro o i Deci, devoto come Metello o Numa, eloquente come Nestore, nobile d'animo come Cesare, generoso come Mecenate, Giove sceso in persona dal cielo per aiutare l'umanit e ricondurre l'et dell'oro. Peccato che non possa vivere eternamente, sia almeno longevo come Nestore o Titone. Il confronto con Titone  un serio abbaglio, se si ha il tempo di pensarci (37), ma fino a questo punto il poema non ha offerto a nessuno l'occasione di riflettere. La maggior parte delle sessantotto righe potrebbero riferirsi a quasi tutte le nazioni e a quasi tutti i re.
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Il resto del poema (ottantadue righe)  una dilettevole, dettagliata e precisa allegoria dei cinque fanciulli regali come cinque rose su di un singolo rosaio, coltivate da un esperto giardiniere che pu essere o il loro padre terreno o il giardiniere divino. Erasmo senza dubbio aveva sentito parlare del matrimonio della rosa rossa di Lancaster con la rosa bianca di York nelle persone di Enrico Settimo e di Elisabetta Prima, ma egli non  interessato agli eventi politici, di cui probabilmente sapeva poco, certamente non abbastanza da istruire gli inglesi in materia.
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E cos egli ricorre ai colori della madre e del padre per distinguere i sessi dei fanciulli - rosso per il vigore dei tre maschi, bianco per la verginale innocenza delle due femmine. L'infante Edmondo  un bocciolo di rosa quasi interamente ricoperto dal calice, una striscia rossa appena in vista. Maria, di tre anni,  un bocciolo di neve che ha appena bucato il suo involucro. Enrico, di otto anni,  un bocciolo rosso completamente in mostra ma non ancora aperto. Anche Margherita, di dieci anni, non ha ancora aperto i suoi bianchi petali, timorosa dei venti furiosi, soffusa di rosa delicato o per affinit con suo fratello o per l'astro della sua nascita.
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Arturo, di dodici anni, ha spiegato dodici rossi petali vivaci e si ripromette di mostrare presto un centro dai semi gialli - certamente un modo elegante di descrivere l'inizio della pubert. Nel resto della poesia Erasmo d ad ognuno, dal pi anziano al pi giovane, una sua propria caratteristica, in considerazione dei nomi. Arturo  valoroso come il suo cavalleresco omonimo. Margherita  modesta, delicata e limpida come una perla (latino "margarita"); e come una perla  sensibile al cielo, diventando splendente sotto cieli luminosi, pallida sotto le nuvole, cos Margherita ha una particolare devozione per gli abitanti del cielo. Enrico  molto somigliante al padre, da cui prende il nome. Maria promette molto grazie alla sua omonima Maria, "stella maris", la stella del mare che mai tramonta.
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Edmondo poneva un problema, dal momento che il suo nome non era cos immediatamente significativo; non  facile poi, eccetto forse che per le madri e le zie, tracciare il profilo di un bambino di pochi mesi. Erasmo risolse il problema chiamando le Muse a cantare ninne nanne e a versare sul bambino erbe profumate e fiori, comprese le ghirlande di rose bianche e rosse cos gradite al padre dei bambini. E chiama le Parche a rimboccare la bianca coltre di lana al bambino e a lasciare il filo della sua vita scorrere liscio e senza nodi dalla conocchia. Ho presentato solo i tratti salienti della ricercata invenzione poetica, che  espressa con lirica soavit e delicatamente ricamata con qualche aggiunta di colore mitologico. Le circostanze che dettero vita ai due carmi di More ed Erasmo furono certo differenti, ma essi possono nondimeno attestare validamente il talento lirico di Erasmo e la forza realistica e retorica di More.
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Un simile contrasto affiora dagli epitaffi che More ed Erasmo scrissero per dei musicisti. L'epitaffio di trentun versi di Erasmo per Jan Ockegem (39), un compositore fiammingo di considerevole fama ancora oggi,  certamente troppo lirico per adattarsi ad una lapide (Erasmo sapeva come scrivere quel genere di epitaffi quando voleva). Ci fornisce poche notizie su Ockegem, tranne che egli scrisse della splendida musica sacra. Non ci d nemmeno il suo nome proprio. Ma  una composizione mirabilmente musicale in elegiambi (40) oraziani, dall'afflato poetico che fluisce copioso tra i versi brevi. Un brano (rr. 16-24) pu essere tradotto:
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E' quell'aurea voce muta,
l'aurea voce di Ockegem,
che commoveva i sassi,
s spesso risonante
per le sacre volte
con fluide e morbide melodie,
molcendo gli orecchi dei celesti
e toccando i cuori dei terrestri?
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Obmutuit vox aurea,
Aurea vox Okegi,
Vel saxa flectere efficax,
Quae toties liquidis
Et arte flexilibus modis
Per sacra tecta sonans
Demulsit aures caelitum
Terrigenumque simul
Penitusque mouit pectora?
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Alla poesia non mancano controllate e appropriate finezze. La voce di Ockegem, che Erasmo ripete con insistenza, pu riferirsi alla sua voce che canta o alla polifonia delle sue composizioni (41). E nella conclusione, la verit che la morte  la giusta ed imparziale livellatrice di tutti riceve un senso nuovo: la morte  chiamata ingiusta in considerazione del fatto che colpisce in egual modo tutti gli uomini, dato che il suo territorio  il mondo umano, ma non il divino regno della musica.
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Un anno o due dopo, nel 1497, More scrisse un epitaffio per Henry Abyngdon (n. 159), il primo a ricevere il titolo di "bachelor of music" a Cambridge, che divenne infine maestro dei "pueri cantores" nella Cappella Reale. Le otto righe sono concise, informative, austere, versi forti. Ma esse sono anche messe spiritosamente in risalto dalle due poesie che seguono. Giano, che aveva chiesto a More di comporre l'epitaffio, non lo grad per la davvero debole ragione che non era in rima. More, divertito, scrisse un epitaffio (n. 160) a rima leonina (42), un languido brano a rima di filastrocca, come direbbe Chaucer. A sua volta fu More ad essere sconvolto quando Giano ebbe quella filastrocca scolpita sulla sua tomba. Lungi dal guardare avanti e dietro come il dio Giano, questo infelice, dice More (n. 161),  sfrontato e cieco come una talpa e merita pienamente di riposare nella stessa tomba sotto gli stessi versi (43).
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Queste tre poesie rivelano un aspetto dominante nelle composizioni di More e per lo pi assente in Erasmo, il gusto della drammatizzazione e del vivace scambio di colpi del dialogo.
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Anche una serie di tre epitaffi che Erasmo scrisse per una donna di nome Odilia e per suo figlio formano un gruppo drammatico (44), ma il dramma  molto diverso da quello di More, opera lirica non opera buffa, Verdi non Mozart. Essi erano evidentemente destinati ad una duplice lapide sormontata da un crocifisso e con le effigi della madre e del figlio assieme a due prefigurazioni veterotestamentarie di Cristo: Mos che colpisce la roccia per far scaturire l'acqua nel deserto e il serpente di bronzo eretto per guarire gli israeliti (45).
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Nel primo degli epitaffi di Odilia, che  scritto in un trimetro giambico piuttosto colloquiale, la voce della donna fa trasalire un passante, che impallidisce di paura sentendola provenire dalla tomba. Con un pacato breve discorso essa lo tranquillizza dicendo che l'anima di Odilia  veramente viva e che i corpi dei morti sono stati sepolti sotto il terreno come semi che spunteranno indistruttibili ai venti primaverili dell'ultimo giorno. Lo informa che Odilia  tra le anime del purgatorio e gli chiede di pregare Cristo crocifisso per lei e per gli altri. Se hai fretta, gli dice, recita una breve preghiera, chiedendo luce e pace per noi, e poi vai per la tua strada. Preparati per la tua tomba, perch ci seguirai di qui a poco. Addio. Il secondo epitaffio, ancora di Odilia,  un'aria elegiaca in cui lei rimpiange che la morte l'abbia divisa dall'amato figlio, che  ancora vivo, ma si conforta perch la morte di Cristo guarir la ferita della loro separazione.
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A prescindere da Dante, da Newman e dallo stesso Thomas More, non conosco scrittori di rango che abbiano tentato di dipingere per immagini i sentimenti delle anime del purgatorio. Il lamento ovidiano di Erasmo  umanamente convincente, ed  almeno teologicamente plausibile che il dolore della separazione da amici e congiunti sia una delle pene dei purgatorio. Per ultimo, nel terzo epitaffio, il figlio annuncia che ha raggiunto sua madre nella tomba e compone una breve preghiera per il passante da recitare per le anime del purgatorio, basandola sulle immagini della roccia e del serpente (46). Il figlio conclude riconducendo questi simboli al loro compimento nel sangue e nell'acqua che sgorgarono dalle ferite di Cristo sulla croce e implorando Cristo di chiamare a s sia lui sia la madre nell'Ultimo Giudizio. Senza dubbio  pi facile per la maggior parte dei lettori moderni provare diletto per le commediole degli epitaffi moreani che essere sensibili alle operette sepolcrali di Erasmo, per la stessa ragione che  pi facile gradire la poesia spiritosa di Chaucer che lasciarsi coinvolgere da "The Pearl" (47).
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Nella poesia di Erasmo ci sono malinconia e afflato lirico (48), bench siano stati forse esagerati a motivo della sua pi conosciuta e forse migliore composizione, "Carmen Alpestre", scritta nell'agosto del 1506 mentre attraversava le Alpi per venire in Italia (49). In linguaggio moderno potrebbe essere definita una poesia sulla crisi della mezza et: si lamenta che l'astuto ladro della giovinezza gli si sia avvicinato furtivamente senza che egli quasi se ne accorgesse, guarda indietro alla sua instabile vita di svariati studi e ricerche, e fa voto d'ora in poi di concentrare le sue energie al servizio di Cristo soltanto. Dal lato emotivo  uno scritto spartiacque come la "Pazzia", che concep sulle Alpi durante il viaggio di ritorno dall'Italia, quasi tre anni pi tardi. Ma la "Pazzia" rivela la quasi maniacale euforia e vitalit che egli aveva provato al suo ritorno a casa, colmo della ricchezza culturale ed emotiva del soggiorno italiano. Il carme, dall'altro lato,  un addio, una visione retrospettiva, un ripiegarsi dei sentimenti. Con dolente insistenza, il lamento erra tra la tensione portata avanti dagli esametri e lo spegnersi dei versi corti alternati.
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Gli epigrammi di More mai evidenziano tali accenti lirici, introspettivi. Infatti in tutta la poesia e prosa di More non c' quasi nulla che possa essere definito lirico alla maniera di Catullo o di Petrarca o dei sonetti di Shakespeare o della prosa religiosa di John Donne e Jeremy Taylor. Quando i suoi amici e i suoi nemici lo lodavano e lo biasimavano come poeta, di solito si riferivano al suo talento per l'invenzione fantastica e per il confronto delle idee.
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Le poesie latine di More contengono suppergi una dozzina di malinconiche meditazioni sulla morte, inclusa la sua, ma nessuna di esse  un pianto accorato. Esse acquistano intensit da un'incalzante, paradossale analisi del nostro rifiuto ad accettare il fatto della morte ed a capirne le implicazioni. E' affascinante vedere la mente di More al lavoro (ed era sempre all'opera) anche quando compone semplicemente per svago dell'intelletto, ad esempio scrivendo sette variazioni finemente calibrate di un epigramma greco (nn. 27-33). La sua predilezione per il dialogo drammatico e per il dibattito  pure rivelata dalle varie traduzioni di un altro epigramma greco, progressivamente sempre pi drammatiche (50).
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Ma una delle sue poesie latine originali (n. 198), basata su un confronto di opinioni,  particolarmente degna di attenzione per le sue affinit con l'"Utopia". E' intitolata "QUIS OPTIMUS REIPUBLICAE STATUS" (Qual  la miglior forma di governo), mentre il titolo completo dell'"Utopia" (come dovremmo ricordarci di tanto in tanto)  "De optimo statu reipublicae deque nova insula Utopia" (La miglior forma di governo "e" la nuova isola di Utopia). "E", non "o": la miglior forma di governo e la nuova isola non sono necessariamente da identificarsi completamente l'una con l'altra. Il numero 198  una risposta ad un interlocutore che ha appena chiesto se sia preferibile una monarchia o una forma parlamentare di governo. More risponde argomentando a favore del parlamento, anticipando e refutando, in modo conciso e preciso, le obiezioni e le tesi del suo tacito oppositore (51).
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Ma bruscamente si interrompe chiedendo: Perch poni questo quesito? C' forse da qualche parte un popolo al quale tu possa assegnare un re o un parlamento di 'tua scelta? Se hai questo potere, il re sei tu; non domandarti a chi devi affidare il governo: il primo quesito  se, potendolo, sia utile. More rovescia le posizioni non solo del suo oppositore, ma anche di se stesso, dal momento che c'era veramente un popolo cui egli poteva dare qualunque governo volesse, ma era un buon posto che esisteva in nessun posto, Utopia (= "ou tpos"). La frase Est ne usquam populus, particolarmente a motivo dell'elisione, suggerisce Utopia, che More chiam con il nome Nusquama nelle sue lettere ad Erasmo (52). In una di queste, scritta nel dicembre 1516 (53), More scherzosamente raccont un sogno nel quale si vide re degli utopiani, ma la sua visione onirica fini e lo lasci nella complessa realt del mondo della veglia.
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Anche in questa composizione poetica, dopo aver speculato sui vantaggi teorici della monarchia o del sistema parlamentare, egli ritorna al mondo reale delle scelte convenienti piuttosto che di quelle ideali. La basilare "quaestio" (54) dell'ultima riga  densa di significato: se la forma di governo che scegli "funzioner" o se la forma che "tu" scegli funzioner. In altre parole, il principale quesito - an expediat, se sia utile - non  quale sistema sia il migliore, ma quale sistema funzioni in particolari circostanze; oppure se  conveniente che tu faccia la scelta. Nel contesto drammatico della composizione (inclusa la sua pubblicazione nello stesso volume di "Utopia"), le due parole an expediat sono come un colpo di gong che risuona nella mente.
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Nel 1953 gli editori della poesia di More, Leicester Bradner e Charles Lynch, hanno messo giustamente in risalto la variet e l'impegno di questi testi. Ma quando giudicano le poesie di Erasmo una tediosa raccolta di allocuzioni a notabili e di luoghi comuni religiosi poveri di ispirazione, come ci si aspetterebbe di trovare (55), noi dovremmo mitigare il verdetto con delle riserve e delle circostanze attenuanti. La maggior parte delle poesie sulle persone di rango sono epitaffi, non omaggi cortigiani, e alcune erano state scritte su commissione (56). E molta poesia religiosa non ebbe mai il fine di essere ispirata, ma di servire a scopi molto pratici (57). Cinque poesie furono ordinate da John Colet per fungere da iscrizioni sul portale, sulle pareti e su un'immagine di Ges adolescente per la sua nuova scuola di San Paolo (sarebbe difficile trovare una pi convincente concentrazione di obiettivi cristiani e umanistici di questa iniziativa didattica) (58). Un'altra serie di poesie, scritte su richiesta dei Colet per gli alunni della San Paolo,  una traduzione in versi del regolamento interno scritto in prosa inglese dallo stesso Colet (59).
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I lucidi esametri di Erasmo, fondati sulla formula paolina la fede operante mediante la carit (Gal 5,6), presentano ci che i ragazzi devono credere (il Simbolo Apostolico e i sette sacramenti) e ci che essi promettono di fare: amare Dio, amarsi vicendevolmente per amore di Dio, evitare i sette peccati capitali, evitare i cattivi compagni, pregare, digiunare nei tempi prescritti, conservare la mente pura e il linguaggio corretto, non avere le mani lunghe, amare i genitori, onorare e obbedire al precettore, essere leali verso i compagni di scuola, confessarsi frequentemente, ricevere la comunione con venerazione, prepararsi alla morte ricevendo gli ultimi sacramenti e confidando nella bont di Dio. Il Simbolo Apostolico versificato sembra un po' ampolloso, ma l'insieme  ben meditato, pregnante, esatto senza soffocanti pignolerie. Concepita come complemento cristiano di un manuale di saggezza pagana, i "Disticha moralia" di Catone, la poesia doveva essere senza dubbio memorizzata dai giovanissimi allievi come modello di vita integra e lingua pura procedenti pari passo. Cos pure, le poesie d'apertura negli "Epigrammata" di More, diciotto semplici epigrammi greci assieme alle traduzioni latine rivali di More e William Lily, primo direttore della Scuola di San Paolo, possono essere state progettate per gli alunni pi grandicelli di quella scuola.
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Queste poesie devono essere esaminate evidentemente nel contesto delle loro finalit e circostanze. Ma alcune delle migliori poesie religiose di Erasmo non furono concepite per i fanciulli: il carme a sant'Anna, stampato la prima volta in apertura all'edizione del 1518, e la serie delle quattro poesie a Michele, a Gabriele, a Raffaele e a tutti gli angeli (60). Queste cinque composizioni, penso, sono tra le migliori di Erasmo e rappresentano una notevole sintesi di eloquenza classica e di saggezza cristiana. Non fu mai facile per il popolo di Dio fare buon uso delle spoglie degli egizi (61), e l'eloquenza poetica di Virgilio e di Orazio present dei problemi particolari ai loro ammiratori del quindicesimo secolo, perch l'epica di Virgilio e le odi patriottiche di Orazio, pur complesse, variate e ricche di risonanze umane, esprimevano un'idea di potenza personale e imperiale che era spesso in contrasto con l'umilt cristiana. La gloria militare poteva essere trasformata nell'allegoria spirituale di una psicomachia. Alcuni episodi cristiani, come la vittoria di Michele su Satana o la discesa di Cristo agli inferi, sembrerebbero prestarsi a celebrazioni trionfali. Ma di quale aiuto pu essere Orazio quando parliamo di una ragazza di famiglia artigiana, la cui anima  stata s esaltata dal Signore, ma la cui vita non ha avuto apparati trionfali? o di un uomo che ha lavorato fra gli umili, i poveri, i derelitti?
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Una risposta era ignorare i temi cristiani e scrivere di amore, astronomia, giardinaggio, sifilide, battaglie navali o prncipi vittoriosi. E questa fu la strada scelta da molti poeti neolatini, specialmente in Italia. Ma nell'Europa del nord i poeti neolatini spesso sentirono che si poteva e doveva scrivere buona poesia classica su temi cristiani. Erasmo stesso incominci la sua carriera poetica (che non prolung di molto oltre i trentacinque anni) con soggetti secolari come i tormenti d'amore, le bellezze della primavera, le prove e le consolazioni dell'amicizia. Ma quando egli fu intorno ai vent'anni, decise, assieme all'amico Cornelis Gerard, di dedicare la sua poesia esclusivamente alle lodi dei santi o a temi religiosi. I primi frutti di questa decisione non furono molto promettenti: una meditazione lirica declamatoria sul terremoto della crocifissione, un'epica divagazione sulla discesa agli inferi e un ampolloso peana alla Vergine in versi saffici con il complemento epico della caduta degli angeli, della creazione e caduta dell'uomo, del concilio celeste e dell'annuncio di Gabriele in otto stanze oraziane (62). Evidentemente le redini dei destrieri di Apollo avevano bisogno di una mano molto pi ferma.
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Ci che rese Erasmo capace di raggiungere equilibrio e misura nella poesia religiosa fu il suo senso pratico dell'uditorio e del fine, il contesto liturgico dell'inno (63). Dalla sua personale esperienza degli inni della messa e dell'ufficio divino, Erasmo sapeva che un inno concepito per un vero uso liturgico deve essere cos semplice da riuscire subito comprensibile a un vasto pubblico, cos vivo da suscitare l'attenzione, e cos ricco da fornire stimoli per ulteriori riflessioni. Le composizioni di Erasmo sugli angeli furono scritte per le pareti della chiesa dedicata a san Michele, ma la loro forma, il tono e la lingua dimostrano che erano state principalmente ideate come inni liturgici (64). Nello spirito e in alcuni particolari dipendono in gran parte dagli inni medievali, specialmente dall'inno saffico per le Lodi attribuito a Rabano Mauro (65).
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Esse sono alquanto pi lunghe della maggioranza dei loro modelli medievali (66), il ritmo  meno incalzante, la dizione piana e posata. L'argomento suggerisce anche alcuni misurati spunti narrativi ed epici. Ma c' molto poco dell'appariscente resa classica dei primo peana a Maria. Un solo esempio suggerir la differenza. Nel peana l'annuncio di Gabriele sopraggiunge in un empito di eloquenza oraziana che non permette a Maria di fare la sua unica domanda: Come pu succedere questo, dal momento che non conosco uomo?. Prima ch'ella domandi, Gabriele l'esorta: Fuge suspicari, non sospettare amplessi carnali o unioni generative. Non sospettare doveri coniugali nell'invitante letto.
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La frase ripetuta fuge suspicari viene da una poesia ("Carmina", 2, 4, 22) in cui Orazio raccomanda al suo amico Santia di non vergognarsi della sua passione per una giovane schiava. Dopo aver lodato la bellezza della ragazza, Orazio conclude assicurando a Santia che non ha motivo di essere geloso, egli non diventer il suo rivale. Fuge suspicari, non temere un uomo che ha raggiunto i quarant'anni. Nella sua poesia a Michele Erasmo inser un verso e mezzo tratto dall'inno a Mercurio ("Carmina", 1, 10, 17-18): Tu pias laetis animas reponis/ Sedibus (Tu conduci le anime pie alle loro sedi beate). Il contesto  qui congruente con l'ispirazione di Erasmo: l'inno di Orazio  solenne, Mercurio, come gli angeli,  un messaggero e, come Michele,  lo "psychopompos", la guida delle anime al loro ultimo luogo di riposo (67). Erasmo d'altra parte completa la strofa molto diversamente da Orazio accennando al ruolo di Michele che solleva i corpi dei morti nell'ultimo giorno (68).
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L'inno a sant'Anna (69), in cui Erasmo ci offre una versione filtrata e cristianizzata della "pietas" familiare, umana e divina, meriterebbe un'accurata analisi, ma  tempo di lasciare i particolari e di soffermarsi ancora una volta sui ritratti dei due grandi umanisti.
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La personalit di More, com' rivelata nelle sue poesie latine,  notevole per finezza di spirito, senso dell'umorismo, acuta intelligenza, ampiezza di interessi, abilit drammatica - nulla che possa stupire i lettori del suo "Riccardo Terzo" e dei tre grandi dialoghi "Utopia", "Dialogo sulle eresie" e "Dialogo del conforto nelle tribolazioni". Il suo interesse per i paradossi della politica, i cavilli della legge, il significato della morte, l'educazione dei suoi figli, le responsabilit dei vescovi, le gioie d'un saggio matrimonio, la sua ammirazione per la cultura biblica di Erasmo, la sua passione per le monete antiche e per l'architettura domestica, per i proverbi, le favole e "fabliaux", il disgusto per l'ostentazione e la vanagloria, la simpatia per gli animali: tutto  qui. Ogni lettore rester affascinato dalla sua ricca e sana visione della vita. Ma dov' la santit di san Thomas More?, qualcuno pu chiedere.
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Esattamente nella ricca e sana visione della vita, si potrebbe rispondere. Ma forse anche nell'umilt che lo indusse ad astenersi da una poesia esplicitamente dottrinale e devozionale. Uno degli epigrammi di More (n. 148) vuole essere una poesia elogiativa per una raccolta di inni di Bernard Andr, che scrisse come se l'argomento cristiano dovesse dispensarlo dalla cura estetica della versificazione latina. Nel libro di Andr, assieme alle poesie laudative di Erasmo e di altri, la poesia di More sembra sufficientemente schietta nell'elogio (70). Ma se si legge attentamente, l'ironia affiora lampante dall'apparente clich. More conobbe la poesia antica al punto di padroneggiarne un ramo perfettamente - l'epigramma greco - e di adattarlo in latino ai suoi tempi. Anche quando scrisse preghiere e opere devozionali nella Torre, mai dette libero sfogo ai suoi sentimenti personali, ma conserv il pubblico decoro della riflessione esegetica o delle forme liturgiche.
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Erasmo, d'altra parte, almeno nella sua giovinezza, mai ebbe questo equilibrio emotivo - probabilmente non per colpa sua (71). La raggiunse in qualcuna delle sue poesie religiose, imparando a conservare con fermezza nella mente un contesto pratico, liturgico. Anche nella sua vita, egli sembra averla raggiunta, e in gran parte mantenuta, applicando assiduamente la sua sensibilit a una prodigiosa produzione di opere - gli "Adagia", il "Nuovo Testamento", la vita e le lettere di Gerolamo, le edizioni e traduzioni dei Padri. Erasmo seppe meritarsi la conquista di una vita ricca e sana, assai pi frequentemente attestata di quanto qualcuno non gli conceda, premendo con costanza la penna sulla carta, eseguendo meticolosi e monumentali lavori che era certo sarebbero stati di uso pratico per educatori, dotti, teologi, e per le comunit cristiane su larga scala. Non per nulla Metsys, Holbein e Drer lo ritraggono tutti nell'atto di scrivere.
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Anche il suo epistolario fu un interminabile lavoro pratico che alla fine produsse il pi raffinato panorama unitario del Rinascimento nordico. Soltanto raramente, e solo a motivo della stabilit raggiunta grazie a sforzi ispirati da esigenze concrete, riusc ad elevarsi al di sopra di essi fino alla libera drammatica invenzione del Julius Exclusus o dei "Colloquia" o del capolavoro che egli dedic al suo amico Thomas More, l'"Elogio della pazzia". Se More non avesse scritto altro che le sue poesie latine, si sarebbe assicurato un modesto ma importante posto nella letteratura neolatina dell'Inghilterra (72). Lo stesso non si pu dire di Erasmo. Ma la doppia serie di epigrammi dei due amici  un metro dei loro caratteri contrastanti - il virile equilibrio di More, il raggiungimento di una stabilit emotiva in Erasmo - ed un'espressione della loro consolidata amicizia.
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NOTE.
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Nota 1. Le due parti dell'epigramma n. 276. Questo saggio sugli epigrammi di More e di Erasmo venne comunicato, in forma modificata, alla conferenza inaugurale dell'anniversario dell'Erasmus of Rotterdam Society (27 ottobre 1980) e fu poi stampato nell'"Erasmus of Rotterdam Society", Yearbook, 1981, pp. 8-29.
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Nota 2. Pieter Gilles (o Cillis), latinizzato in Petrus Egidius (Anversa 1486-1533), umanista fiammingo, cancelliere comunale, amico di Erasmo, More (che gli dedic la sua "Utopia"), Bud, Vives, Drer e Quentin Metsys, il pittore di Lovanio trasferitosi ad Anversa nel 1491 e qui assurto al rango di caposcuola. Scrisse versi latini e, insieme con C. Grapheus, un "Enchiridionprincipis ac magistratus christiani" (1541) andato perduto. Importanti sono le sue edizioni delle lettere di Poliziano (1510) e di Erasmo (1516 e 1517), di alcuni scritti minori di R. Agricola (1511), dell'Utopia di More (1516) e di una raccolta di vecchi testi giuridici ("Summa sive argumenta legum", 1517).
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Nota 3. CWE 5, 147.
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Nota 4. More: nn. 87, 88, 92-94, 97, 98, 185, 186, 226, 227, 272. Erasmo: Reedijk, nn. 31, 68-72, 86, 106; Appendice II, n. 1.
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Nota 5. Una sentenza greca in un'incisione di Erasmo dovuta a Drer pu essere tradotta cos: 1 suoi scritti vi forniranno una migliore immagine di lui.
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Nota 6. CW 3/1, LV-LX.
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Nota 7. Non solo da Craig Thompson in CW 3/1, ma anche da Alain Jolidon, "Thomas More et Erasme traducteurs du Tyrannicide (1506)", in "Thomas More 1477-1977" (Universit Libre de Bruxelles: Travaux de l'Institut Interuniversitaire pour l'Etude de la Renaissance et de l'Humanisme, VI), Bruxelles, 1980, pp. 39-69.
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Nota 8. Allen, 2, 261.
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Nota 9. Reedijk, p. 72; Allen, 2, 502.
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Nota 10. Reedijk, p. 361, 4 e 5.
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Nota 11. Ivi, pp. 304-305 e 363, 51-52.
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Nota 12. Ivi, p. 362, 39.
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Nota 13. Ivi, n. 92.
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Nota 14. Ivi, nn. 98, 95, 96.
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Nota 15. Ivi, nn. 91, 101, 93, 102, 99, 103.
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Nota 16. Ivi, n. 22. E' importante notare che Reedijk, intenzionato a pubblicare tutte le poesie superstiti di Erasmo, include in questa sua ammirevole edizione un considerevole numero di prime e minori poesie. Esse non erano state incluse nell'edizione 1518 degli "Epigrammata" n pubblicate vivente Erasmo.
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Nota 17. Ivi, n. 91.
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Nota 18. Sui fondamenti classici (Marziale 10, 47, 7) e cristiani (Mt 10,16) della prudente semplicit vedi Germain Marc'hadour, "Symbolisme de la colombe et du serpent", in Moreana, 1 (1963), 47-63.
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Nota 19. Per omnium horarum homo detto di More da Erasmo, vedere "Moriae encomium", in "Opera omnia Desiderii Erasmi Roterodami" (prossimamente citati ASD), ed. J. H. Waszink et al., Amsterdam, 1969ss., 4/3, 68, r. 19 e nota.
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Nota 20. Reedijk, n. 93. In questa poesia, e soltanto in essa, Erasmo adott una tecnica impiegata pure da More, una sola volta (n. 242): una citazione di Marziale usata come trampolino di lancio per l'umore satirico. Circa le differenti reazioni di More e di Erasmo alla guerra anglofrancese del 1513, vedere Germain Marc'hadour, "Croisade triomphale de l'Angleterre: 1513", in Moreana, 35 (1972), 66-68.
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Nota 21. Allen, 1, 547.
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Nota 22. Questo carme di Ammonio evidentemente non ci  pervenuto. Non appare nella raccolta "Andreae Ammonii carmina omnia", ed. Clemente Pizzi, Firenze, 1958. Nota 23. CWE 2, 270-271; Allen, 1, 545.
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Nota 24. Alcuni di essi erano stati stampati nel 1513 senza il permesso di Erasmo (Reedijk, nn. 23-26), ma vennero poi esclusi dalla raccolta del 1518, che non contiene molte tracce dello stile fiorito di Erasmo.
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Nota 25. Allen, 1, 4; Reedijk, p. 91.
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Nota 26. Nel 1504 Erasmo scriver una poesia pi direttamente paragonabile a quella di More sull'incoronazione. Si tratta di versi estemporanei nei quali una personificazione della Borgogna d il benvenuto al duca Filippo il Bello al rientro da un viaggio in Spagna (Reedijk, n. 78). James D. Garrison, "Dryden and the Tradition of Panegyric", Berkeley e London, 1975, trova (pp. 70-72, 86-87) qualche qualit positiva in questa poesia, ma Erasmo fece bene a escluderla dal volume del 1518 perch  poco gradevole alla lettura, piena di uggiose banalit e di trite ripetizioni. Non dovremmo per dimenticare che era stata concepita per la recita in pubblico nel corso di una cerimonia, e che in occasioni del genere le sottigliezze sono fuori posto e l'ampollosit, con una modica aggiunta di senso, pu spesso bastare.
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Nota 27. E. E. Reynolds, "Presidential Miscellany", in Moreana, 67-68 (1980), 15, suggerisce, forse a ragione, che la visita abbia avuto luogo a Greenwich Palace, non a Eltham.
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Nota 28. Reedijk, n. 45.
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Nota 29. Cfr. n. 19, nota 10.
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Nota 30. Cfr. n. 19, nota 7.
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Nota 31. Cfr. CW 3/11, Appendix B, pp. 492-494, rr. 175-239.
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Nota 32. Aftonio, "Progymnasmata", 8 (stampati per la prima volta da Aldo Manuzio a Venezia nel 1508).
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Nota 33. "Epideietic Literature", in "Studies in Classical Philology", 3, Chicago, 1902, pp. 120-126.
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Nota 34. Ho tradotto il greco di Aftonio da "Aphthonii progymnasmata", ed. Hugo Rabe, Leipzig, 1926, pp. 21-22.
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Nota 35. Nell'"Ecclesiastes sive de ratione concionandi" Erasmo menziona questo genere di preambolo segnalando come esempio un inno nel quale Prudenzio Exordium sumit a conventu hominum solito laetiore ac frequentiore ("Opera omnia", 5, 868 B). La Pazzia usa lo stesso modello in "Moriae encomium", in A.S.D. 4/3, 72, commento al r. 17.
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Nota 36. Cfr. n. 19, nota 35.
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Nota 37. Fratello del re di Troia Priamo e marito dell'Aurora, Titone ottenne l'immortalit, ma non la perenne giovinezza.
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Nota 38. More lo celebra nel carme n. 23.
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Nota 39. Reedijk, n. 32. Vedi Jean-Claude Margolin, "Erasme et la musique", Paris, 1965, pp. 81-92.
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Nota 40. L'elegiambo  un verso formato da un trimetro dattilico catalettico pi un dimetro giambico acatalettico. Nella composizione che segue le due parti sono scritte su righe diverse.
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Nota 41. Reedijk, p. 223.
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Nota 42. In cui cio gli emistichi rimano fra loro.
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Nota 43. Cfr. Susan L. Holahan, "Mores Epigrams on Henry Abyngdon", in Moreana, 17 (1968), 21-26.
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Nota 44. Reedijk, nn. 29-3 1.
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Nota 45. Il primo epitaffio almeno fu realmente scolpito sulla tomba di Odilia nella chiesa di Santa Gudula in Bruxelles, bench sia stato distrutto durante i tumulti iconoclastici del 1577 (Reedijk, p. 219).
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Nota 46. Includere nell'epitaffio la preghiera vera e propria  un espediente scaltro e inusuale perch, se legge l'intero epitaffio, il passante non solo riceve un invito a pregare, ma si trova ad avere gi pregato.
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Nota 47. "The Pearl" ("La perla")  un poemetto simbolico di poco pi di milleduecento versi, scritto da un ignoto poeta nella seconda met del Trecento. Quanto a Chaucer, un particolareggiato esame degli scritti di More ha incominciato a rivelare sempre pi numerosi accenni a questo scrittore ed elementi in comune con lui. Cfr. ad esempio Alistair Fox, "Thomas More's Dialogue and the Book of the Tales of Canterbury: Good Mother Wit and Creative Imitation, in Familiar Colloquy: Essays Presented to Arthur Edward Barker", ed. Patricia Brickmann, Oberon Press, Ottawa, 1978, e l'indice di CW 6.
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Nota 48. Cfr. Reedijk, n. 40, l'altro esempio esistente negli "Epigrammata" del 1518.
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Nota 49. Ivi, n. 83. D. F. S. Thomson fornisce un'analisi piuttosto dettagliata di questi versi in "Erasmus as a Poet in the Context of Northern Humanism", in Commmoration nationale d'Erasme", Bruxelles, 1970, pp. 187-210.
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Nota 50. Cfr. n. 47, nota 2.
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Nota 51. Tre argomenti dell'interlocutore sembrano derivare direttamente da Isocrate, "Nicocles", 17-21. Cfr. n. 198, nota 1.
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Nota 52. Nel settembre e ottobre del 1516 (Allen, 2, 339, 346, 354, 359, 372).
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Nota 53. Allen, 2, 414; Selected Letters, ed. Elizabeth F. Rogers, New Haven-London, 1961 [cit. come S.L.], p. 85.
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Nota 54. Riecheggia Quaeris della r. 1 e Quaestio della r. 27.
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Nota 55. Cfr. p. 98.
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Nota 56. Cfr. Reedijk, nn. 41-42, 64-66. Dovremmo anche tenere a mente le osservazioni di Froben contenute nella prefazione agli "Epigrammata" erasmiani del 1518: al tempo in cui era immerso in opere importanti come il Nuovo Testamento, Erasmo veniva spesso tempestato da richieste di poesie alle quali talora non sapeva come sottrarsi.
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Nota 57. Come i distici destinati a essere incisi su sei nuove campane da chiesa dedicate alla Trinit, a Maria, a Giovanni il Battista, a Pietro, a Maria Maddalena e a tutti i santi (Reedijk, mi. 50-57).
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Nota 58. Ivi, nn. 86-90, specialmente il n. 90, una nobile ode oraziana che presenta una davvero profetica visione della St. Paul's School come vivaio di una stirpe nuova di cittadini inglesi.
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Nota 59. Ivi, n. 94.
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Nota 60. Ivi, nn. 22, 34-37. Erasmo aveva senza dubbio un'alta opinione di queste poesie perch le inser insieme ad altre in un manoscritto miniato da presentare al principe Enrico (Allen, 4, Addenda, XXII). Un inno a san Gregorio (Reedijk, n. 17), meno riuscito, poteva figurare a sua volta nel gruppo, ma, vivente Erasmo, non venne mai pubblicato.
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Nota 61. Ivi, n. 15, rr. 18-19.
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Nota 62. Ivi, nn. 19-21. Va ascritto a merito di Erasmo che egli non abbia mai pubblicato questi testi. Sopravvivono in un unico manoscritto e sono stati pubblicati in "Opera omnia", Leiden, 1703-1706 (Reedijk, pp. 131-133).
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Nota 63. Erasmo fu per tutta la vita un ammiratore e studioso degli inni di Ambrogio e Prudenzio. Nel 1524 egli invi un commento a due inni di Prudenzio come regalo di Natale a Margaret Roper ("Opera omnia", 5, 1338-1348). Nel 1523 scrisse una messa per la Madonna di Loreto che fu ben accolta (Reedijk, pp. 388-390; "Opera omnia", 5, 1327-1328): ha una bella sequenza nel primitivo stile medievale.
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Nota 64. Reedijk, pp. 21, 227; Allen, 1, 3, rr. 30-36. Vedere specialmente, in Reedijk, il n. 38, rr. 65-68.
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Nota 65. "Hymni Latini medii aevi", ed. Franz Joseph Mone, 3 voll., Freiburg im Breisgau, 1853-1855, 1, 444, n. 311.
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Nota 66. Mone, 1, 438-456, nn. 306-320. Nel "Ciceronianus" del 1528, il portavoce di Erasmo, Buleforo, respinge il "De partu Virginis" di Sannazaro perch scimmiotta gli antichi poeti, e sostiene di preferire un solo inno di Prudenzio, "De natali Jesu", ai tre libri del poema di Sannazaro (ASD 1/2, 700/18-701/8; v. anche 702/7-11).
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Nota 67. Louis Rau, "Iconographie de l'art chrtien", 3 voll., Paris, 1955-1959, 2/1, 44. 68 Conformemente alle categorie di G. W. Pigman 3 ("Versions of Imitation in the Renaissance", in Renaissance Quarterly, 23 [1980], 1-32), questa poesia attesta come si seguissero e imitassero i modelli classici, non senza un tocco di emulazione.
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Nota 69. Reedijk, n. 22. Le qualit dell'inno di Erasmo risultano particolarmente chiare dal confronto con i modelli medievali (Mone, 3, 184-200, nn. 782-807) e con le maldestre imitazioni classiche di un gruppo di poesie per sant'Anna raccolte da Giovanni Tritemio intorno al 1494 ("De laudibus santissime matris Anne tractatus perquam utiles", Melchior Lotter, Lipsia, ca. 1500).
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Nota 70. Cfr. n. 148, nota I.
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Nota 71. Nei "Six Essays on Erasmus", New York, 1979, pp. 68-71, John Olin esprime alcune importanti riserve sullo studio psicanalitico dei difetti della personalit di Erasmo condotto da N. H. Minnich e W. W. Meissner, "The Character of Erasmus", in American Historical Review, 83 (1978), 598-624.
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Nota 72. Come dimostrato dalle molte ristampe e traduzioni delle sue poesie latine (v. CW 3/11, Appendix D). Nel 1527, a Valladolid, nel corso di un raduno di letterati che includeva Baldassarre Castiglione, alcuni italiani sostennero che nessuna buona poesia latina era stata scritta a nord delle Alpi. Pietro Giovanni Olivaro li confut, come scrisse ad Erasmo, mostrando loro uno o due epigrammi di Thomas More (Allen, 6, 475).
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INTRODUZIONE Parte 4. LE TEMATICHE.
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Il fiore degli Epigrammata.
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Nonostante gli ostacoli che non riusc a superare, More conserva un posto d'onore tra i moderni poeti latini. Egli ebbe qualcosa da dire e lo seppe dire, pur senza sfuggire alle critiche, con efficacia, a tal punto che noi volentieri chiudiamo un occhio su inevitabili imperfezioni. A prescindere dai "Progymnasmata" (i primi diciotto epigrammi), la presente edizione contiene 263 poesie latine con una lunghezza variabile da uno a 231 versi (n. 143). Volendo giudicare la posizione di More come poeta latino, sarebbe utile chiederci quali poesie della presente raccolta sceglieremmo nel caso che ci venisse proposto di estrarne cinque oppure dodici per un'antologia.
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Penso che sia pi facile trovare un accordo sul numero piccolo. Se dovessimo scegliere cinque poesie rappresentative di More che si siano impresse profondamente nella nostra mente e che abbiano caratteristiche tali da poter essere individuate come opera sua nel bel mezzo di altre cinquanta poesie di autori neolatini, penso che senza molte discussioni ci potremmo accordare nello scegliere l'epitaffio per le due mogli e per se stesso (n. 258), il ricordo dell'incontro ventidue anni dopo con la donna che aveva amato da ragazzo (n. 263), l'epigramma sul coniglio e l'umana crudelt (n. 37), la discussione sulla migliore forma di governo (n. 198) e il consiglio a Candido sulla scelta di una moglie (n. 143). Nessuno di questi componimenti  privo di errori di lingua, ma sono pur sempre di alta qualit sotto ogni profilo che non sia esclusivamente grammaticale.
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I primi tre stanno bene assieme perch la loro forza consiste nel rivelare il carattere di More, la sua innata nobilt e il suo singolare candore. Pochi uomini si azzarderebbero a fare per iscritto, tranne che per una formalit scolpita su una tomba, un confronto tra il loro amore per la prima moglie e l'amore per la seconda; meno ancora oserebbero esprimere il desiderio che fosse stato loro concesso un "mnage  trois", e la speranza di ritrovarsi insieme nell'altro mondo. Queste idee non sono esclusive di More, ma ci che gli  proprio  la candida sincerit che lo porta ad ignorare le convenzioni e le affettazioni. In questo epitaffio del tutto non convenzionale, la sincerit del suo affetto per le mogli  palese come il suo coraggio di esprimerlo. Bench uno smaliziato spiritoso di oggi possa vedere nei versi soltanto un'occasione per un cinico frizzo, essi sono, se considerati correttamente, un toccante omaggio reso alle due donne e, nello stesso tempo, una testimonianza del carattere dell'uomo che aveva meritato la loro dedizione.
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La descrizione dell'incontro con Elizabeth, che aveva amato da ragazzo, ha la stessa inconfondibile e sincera trasparenza. Senza dubbio, non  garbato dire ad una donna che la sua bellezza  sfiorita - certamente non quando ella ha soltanto trentanove anni. E non  secondo la norma congetturare in simili circostanze sulle cause del giovanile ardore e domandarsi in qual misura esso fosse derivato dai desideri e dalle illusioni dell'adolescenza. Ma  onesto e ragionevole.
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L'innata crudelt dell'uomo  spesso mascherata da un affettato o insipido sentimentalismo. More ne era del tutto esente. Nessuno conosceva meglio dell'autore del "Riccardo Terzo" che viviamo in un mondo di ferro e di sangue, dove gli uomini, come altre creature meno ambiziose ed astute, devono soffrire e devono spesso uccidere per vivere. Ma la durezza di cuore che occorre per sopportare la realt e lottare con essa non lo rese cieco di fronte alla sconsiderata e sfrenata crudelt di coloro che si dilettano delle sofferenze di un essere sia pure irrilevante come un coniglio.
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Delle cinque poesie che abbiamo scelto, soltanto una rivela qualcosa che potremmo definire arguzia, anche nell'accezione pi ampia della parola (ironia sarebbe una parola migliore). Una ragionevole e razionale discussione sui meriti della monarchia e della repubblica termina con accortezza ricordando che la tessitura delle teorie  lontana dalla realt, che il teorico non ha il potere di dare nessuna delle due costituzioni alla nazione e che, anche se egli avesse quel potere sopra i suoi simili, non se ne servirebbe volentieri.
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Il lungo componimento poetico sulla scelta di una moglie  l'unico dei cinque che non sia in distici elegiaci. La versificazione  la pi originale e sorprendente del volume. Il dimetro giambico brachicatalettico  un audace esperimento metrico in latino. Il verso  met d'un normale trimetro ed  composto precisamente d tre piedi giambici. More scrisse i versi con grande regolarit: c' solo il caso di uno spondeo irrazionale nel secondo piede (1). Il risultato  un ritmo saltellante ed un movimento che trascina il lettore quasi vertiginosamente. Qualcuno potrebbe dolersi del fatto che More abbia trasferito nel latino il regolare ritmo del verso inglese o delle liriche medievali rimate.
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Non so come rispondere a questa critica, se non affermando che non trovo il ritmo sgradevole e azzardando l'impressione che orecchi romani non ne sarebbero stati offesi. Il metro originale ha molta parte nel successo della poesia. Essa dipinge un affresco di domestica felicit con tale calore ed entusiasmo che il lettore mai si chiede da quale incantesimo una moglie cui basta essere "apta litteris" venga trasformata, nell'arco di cinquanta versi, in una Ipazia. Questo componimento, naturalmente, si libra al di sopra della realt quotidiana, ma ci che lo rende cos efficace  il suo evidente buon senso: una moglie si deve scegliere in base a precisi criteri razionali, senza tocchi di misticismo petrarchesco o di fervore romantico. E' forse per questo che la casa dipinta da More ha tutto il fascino di una scena di domestica felicit, riscaldata da un ardente focolare, quale appare attraverso la finestra a un viandante nella gelida notte.
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Se la nostra ipotetica antologia dovesse contenere una dozzina di poesie, dovremmo discutere pi a lungo sulle ulteriori possibilit di scelta. Penso, comunque, che tutti vorremmo includere l'epigramma (n. 260) in cui More narra di essere scampato al mare in tempesta e di essere tornato ai rischi e alle paure della vita quotidiana sulla terra. Ci riecheggia certamente la saggezza orgogliosamente rassegnata di un uomo che, nel momento in cui era pi lusingato dal monarca d'Inghilterra, avvertiva e dichiarava senza la minima amarezza: Se la mia testa valesse a conquistargli un castello in Francia, essa non tarderebbe a cadere (2). Forse potremmo scegliere anche un epigramma (n. 119) che  una concisa e quasi perfetta elaborazione di una concezione cristiana in cui fermamente credeva, quella della vita terrena come prigione dalle innumerevoli celle, dalla quale egli verr liberato alla vita eterna (3).
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E a questo potremmo affiancare, se non altro per contrasto, l'ingegnosa rielaborazione dell'intuizione stoica che nascentes morimur (n. 75). Non vogliamo poi tralasciare n la concisa e ironica idea (n. 102) che la persistenza di un astrologo nell'errore, finendo per apparire qualcosa di pi che mera coincidenza, lo accrediti come profeta, n la gustosa storiella (n. 201) di un contadino, un vero sapiente pazzo, che, quando gli additano un essere potente e superiore, il re, vede soltanto un uomo dalle vesti sgargianti (4). Nonostante l'infelice neologismo che abbiamo criticato in precedenza, il gaio canto anacreontico sul bere (n. 89) ha molti pregi che lo raccomandano.
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Ma se lo accettiamo, temo che non andremo d'accordo sulla scelta finale. Alcuni preferiranno, forse, il vigoroso contrasto tra le ambizioni dei re e le loro capacit (n. 243); altri sosterranno la deliziosa satira su Fabulla (n. 245), in cui l'eufemistica circonlocuzione che pu offendere inizialmente coloro che sono abituati alla pi classica immediatezza di Marziale,  realmente intesa per aggiungere un tocco giusto al sussiego della donna che nel passato aveva ceduto segretamente a centinaia di uomini, centinaia di volte ad ognuno di essi.
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Soltanto quattro delle tredici poesie che abbiamo nominato rivelano certamente quell'"argutia" che Beato Renano, nella sua introduzione, consider come desiderabile in un epigramma, e solo due di queste potrebbero convalidare l'incauta affermazione che More nil nisi iocus est (5). Intesa senza dubbio come complimento, essa non pu che basarsi su quello che si diceva di More come brillante conversatore di gusti conviviali, piuttosto che sulla lettura delle poesie.
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A dire il vero, ci sono molti altri epigrammi che mostrano la sua arguzia, bench sia pi spesso mordace che comica. Ma a meno che le scelte che ho effettuato non riflettano semplicemente il mio gusto e non siano quindi del tutto soggettive,  significativo che una parte cos cospicua della migliore produzione di More sia memorabile per ben altre qualit.
Se non conoscessimo altro di More, le poesie latine sarebbero sufficienti per rivelarci un uomo di singolare integrit e di rara saggezza, che ha saputo armonizzare un'inflessibile dedizione ai princpi con una realistica consapevolezza che questi non argineranno neppure per un istante l'inesorabile movimento di quella mostruosa macchina che  l'umana societ. Possiamo dire di lui ci che non potremmo in coscienza affermare di molti poeti di maggior capacit tecnica: che non possiamo leggere i suoi migliori versi senza desiderare di conoscere l'uomo che li ha scritti. Possedere tale indole vuol dire aver raggiunto una rara preminenza tra gli uomini; averla saputa comunicare in versi vuol dire aver raggiunto un posto onorevole tra i poeti del mondo.
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Il valore umano degli Epigrammata.
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Il primo giudizio critico sugli epigrammi di More fu la lettera dedicatoria di Beato Renano a Pirckheimer che serv da introduzione alla prima edizione. Dopo aver lodato l'arguzia e la concisione delle poesie di More, egli rilev come fossero diverse per argomento da quelle di Pontano e di Marullo, i due pi ammirati poeti latini della precedente generazione. Quattrocento anni pi tardi non possiamo fare altro che seguire il sentiero gi tracciato per noi, perch la cosa che, storicamente parlando, pi sorprende degli epigrammi di More  la loro differenza da quelli dei predecessori e dei contemporanei. Per gli umanisti italiani del Quindicesimo secolo un epigramma era semplicemente una poesia breve (e spesso neppure tanto breve), di solito amatoria, encomiastica o sepolcrale. Le prime raccolte di epigrammi erano piene di siffatte poesie, molte delle quali senza troppe pretese di spirito o di arguzia.
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Vi erano spesso frammisti inni e poesie religiose. Uomini come Pontano e Marullo erano i migliori in Europa nello scrivere brevi poesie amorose; Poliziano era un maestro di concisa e raffinata adulazione. Ma amore e adulazione non sono mai stati la materia pi idonea per gli epigrammi.
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E' della pungente critica di uomini e costumi, professioni e classi, caratteristica dell'"Antologia greca" e di Marziale, che si avverte la mancanza presso quegli umanisti. Se risaliamo dall'Italia verso il Nord Europa, un caso molto significativo  rappresentato dalla raccolta degli epigrammi di Erasmo pubblicati nello stesso volume di quelli di More nel 1518. Questo erudito cortese e cosmopolita, autore della pi famosa satira del Sedicesimo secolo, produsse una tediosa raccolta di allocuzioni a notabili e di luoghi comuni religiosi poveri di ispirazione, come ognuno si aspetterebbe di trovare (6). La finezza di More come epigrammista  duplice. Primo, egli aveva un ben definito senso di ci che a suo parere doveva essere un epigramma: poesia breve, normalmente in distici elegiaci, chiara, estrosa e satirica. Il suo libro contiene poche poesie che derogano da questa norma, il novanta per cento di esse vi si conforma.
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Secondo, egli elimin dai suoi scritti sia la licenziosit ovidiana dei poeti italiani sia l'ottusa religiosit degli umanisti nordici. Al loro posto troviamo genuina arguzia e una percezione acuta del ridicolo in molte situazioni della vita. Senza dubbio  la scelta di temi pi attuali e brillanti a spiegare l'immediata popolarit delle sue poesie, sanzionata dalla comparsa di tre edizioni in due anni.
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La dedizione di More al vero spirito dell'epigramma fu indiscutibilmente favorita dal suo interesse per l'Antologia greca. I "Progymnasmata", che More e Lily tradussero in gara, dimostrano com'egli si sia messo alla scuola di tali maestri dell'epigramma, e le altre ottanta e pi traduzioni contenute nel libro confermano quanto esteso fosse questo tirocinio. Ma se egli era debitore della Grecia, la ripag in abbondanza col diffondere la poesia greca. Il catalogo di Hutton delle traduzioni e imitazioni dell'Antologia dimostra a pi riprese che More fu il primo a intraprendere la traduzione di molti di quegli epigrammi (7).
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Quando ci rivolgiamo dalle poesie di Pontano o di Erasmo a quelle di More abbiamo l'impressione di lasciare lo studio di un dotto o di un chierico e di entrare nel mondo dei mercanti, degli avvocati e dei cortigiani. La nuova serie di temi pu essere illustrata dalla seguente selezione delle principali suddivisioni. Ci sono ventitr epigrammi sui re e sul governo, venti sugli errori e sulle debolezze delle donne, tredici sulla morte, undici sugli astrologi, otto sugli animali e cinque sui medici. Solo una mezza dozzina sono encomiastici, mentre non ci sono poesie di religiosit convenzionale. Bench manchino poesie erotiche, c' un modesto numero di riferimenti umoristici al sesso sul tipo dei "fabliaux".
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Tra questi soggetti, il pi originale per un epigrammista era costituito dal potere regio. Infatti non conosciamo altri poeti del Sedicesimo secolo che abbiano scelto questo tema per poesie brevi. Le idee che More svilupp erano spesso luoghi comuni della teoria politica classica o medievale, ma il loro uso nella forma degli epigrammi appariva nuovo. Il suo interesse pi vivo era per le differenze che ci sono tra un buon re e un tiranno; ma  evidente dalla lettura di questo gruppo di epigrammi che, mentre l'esistenza di buoni re  una possibilit teoretica, l'esistenza dei tiranni  un pericolo incombente (8). L'attacco alla linea politica di Enrico Settimo, cos acutamente espresso nella lunga poesia per l'incoronazione di Enrico Ottavo (n. 19), chiarisce l'origine di alcune riflessioni di More sui tiranni.
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Le opinioni di Itlodeo nel primo libro dell'"Utopia", scritto sette anni pi tardi, dimostrano che il suo atteggiamento non era mutato in maniera significativa. Il numero 80, sulla morte come tirannicida e vendicatrice dei sudditi oppressi,  scritto con odio cos amaro e sardonico da non lasciare alcun dubbio che More abbia dato sfogo alle proprie emozioni. Infine, in una poesia assai notevole sulla miglior forma di governo (n. 198), egli discute a lungo dei vantaggi del senato sul re. Nessuno, egli afferma, ha il coraggio di dissentire da un re. Ci va perfino oltre il disegno tracciato per l'Utopia, dove era previsto un re elettivo, che poteva essere deposto per tirannia (9).
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Gli epigrammi sulla morte, bench convenzionali nel tema, sono assai caratteristici di More come uomo. Dalle sue prime esperienze nella certosa di Londra, dove fu sul punto di ritirarsi abbandonando completamente il mondo, fino alla quasi incredibile tranquillit della sua preparazione all'esecuzione sul patibolo, mostr equilibrio nell'assegnare un giusto valore alle gioie temporali di questa vita, senza disprezzarle. Il temperamento di More e la sua caratteristica religiosit si fondono qui con l'ammirazione per la letteratura greca. Dall'"Antologia" egli scelse per la traduzione temi quali la morte livellatrice del ricco e del povero (nn. 40, 45, 46) e la morte come felice termine dei mali (n. 70); e da Seneca prese l'idea che la vita stessa  soltanto un progredire verso la morte (n. 75).
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Nelle poesie di sua invenzione egli pose in rilievo l'inevitabilit della morte e l'incertezza dell'ora del suo arrivo (nn. 55, 56, 74); e fece riferimento tristemente a questo mondo come a una prigione da cui siamo liberati soltanto dalla morte (n. 119). Il suo atteggiamento  riassunto dal n. 259, in cui si rimprovera per aver gioito d'essere scampato ad una facile morte per mare, perch una morte causata da ferite o malattie pu attenderlo sulla terra. Qui, in questi epigrammi,  il paradosso, possiamo dire il trionfo, del carattere di More. Il pi grande spirito e uomo geniale del suo tempo indossava segretamente un cilicio e si era abituato a guardare la morte in faccia molto prima di essere effettivamente chiamato ad incontrare il carnefice.
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Non  questo il luogo per analizzare nei particolari l'ampio ventaglio di temi interessanti presenti negli epigrammi. Possiamo richiamare in breve l'attenzione sulla simpatia di More per gli animali (nn. 37, 42, 83, 134), sugli attacchi mossi a indegni uomini di Chiesa (nn. 71, 176, 178, 202, 203), sulla sua viva passione per i "fabliaux" (nn. 90, 116, 117, 133, 144, 168, 207, 222, 245, 246). Bench profondamente religioso, ebbe nel suo carattere un risvolto terreno alla Chaucer. Pronto ad abbandonare il mondo nel momento del preavviso per l'eternit, trov nondimeno il mondo pieno di interesse finch visse. E' questo vivo interesse per la vita in tutti i suoi aspetti che rende gli "Epigrammata" di More incomparabilmente il miglior libro di epigrammi latini del Sedicesimo secolo.
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NOTE.
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Nota 1. R. 43. Fu probabilmente per evitare un secondo caso che More concluse la poesia con la sconcertante apostrofe te, Croese, ditior in luogo del pi naturale "et Croese ditior".
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Nota 2. William Roper, "The Lyfe of Sir Thomas Moore, Knighte", ed. Elsie V. Hitchcock, Early English Text Society (EETS), Original Series n. 197, Oxford, 1935, p. 21.
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Nota 3. Pu essere interessante notare che questo  il solo epigramma di More che appare in un codice cinquecentesco della Biblioteca Riccardiana di Firenze (2939, f. 13v). Poich contiene le varianti Carcer per Carceris (r. 4), Incerto per In caeco (r. 7) e Carcerem per Carcere (r. 8), fu probabilmente copiato da un manoscritto corrotto anzich da un'edizione a stampa. Il codice include versi di Alciati, Buchanan, Cantalicio ecc. ed  chiuso dalle favole esopiane di Gabriele Faerno.
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Nota 4. Cfr. n. 201, nota 2.
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Nota 5. L'espressione  parte di una proposizione che figura nell'ed. 1518 subito dopo il contumeliam del r. 49 (p. 120): Proinde quemadmodum Syrus Therentianus Demeam belle praedicans, Tu quantus quantus, inquit, nil nisi sapientia es, ita de MORO dicere licebit, Quantus quantus est, nil nisi iocus est
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Nota 6. Per alcune riserve su questo giudizio cfr. pp. 86-87 e Reedijk, p. 112.
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Nota 7. James Hutton, "The Greek Anthology in Italy", Ithaca, N.Y., 1935, pp. 443-649.
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Nota 8. Per un elenco di questi epigrammi cfr. n. 80, nota 2. Vedere pure lo studio del pensiero politico di More condotto da Wolfgang Mann in "Lateinische Dichtung in England", Halle, 1939, pp. 22-78.
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Nota 9. Questi epigrammi danno un notevole sostegno alla teoria di Russell Ames ("Citizen Thomas More and his Utopia", Princeton, 1949) che More fosse di spirito repubblicano. Vedi anche Jarnes K. McConica, "The Patrimony of Thomas More", in "History and Imagination: Essays in Honour of H. R. Trevor-Roper", ed. H. LloydJones et al., London, 1981, pp. 67-68.
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INTRODUZIONE Parte 5. NOTA AI TESTI.
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Le edizioni del 1518 e del 1520.
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Il testo seguito per questa edizione  quello dell'edizione del 1520 nella copia conservata presso la Beinecke Library della Yale University. Un raffronto completo con le copie dell'Universit dell'Illinois (Urbana) e della Folger Shakespeare Library non ha rivelato correzioni dell'ultimo momento. Per le edizioni del marzo e del dicembre 1518, il raffronto fu fatto sulle copie della Beinecke Library.
Ho riprodotto normalmente l'ortografia, le lettere maiuscole e la punteggiatura dell'edizione del 1520, ma dove c'era errore ho corretto (1). Tutti i punti esclamativi nel testo di questa edizione appaiono come punti interrogativi nelle prime edizioni, che, secondo l'uso del Sedicesimo secolo, usano i punti interrogativi per le esclamazioni come per le domande vere e proprie.
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I dittonghi latini "ae" e "oe" sono trascritti qui come lettere separate ("ae", "oe"). Quando "e" nelle prime edizioni ha valore di "ae", appare "ae" in questa edizione (2). Dove le prime edizioni stampano "" oppure "" nei vocativi o in espressioni esclamative, questa edizione stampa "O". Le usuali abbreviazioni latine (come una linea sopra una vocale per indicare una seguente "m" o "n", e le abbreviazioni della "q" per parole come "quod", "quam", "quoque") sono state tacitamente sciolte. I segni diacritici per indicare un cambiamento d'accento causato da un'enclitica ("maiorm ne") o per distinguere forme con la stessa ortografia ("qum" come avverbio da "quam" come pronome relativo) sono stati omessi, tranne quando possono essere utili per distinguere tali forme. Forme enclitiche stampate separatamente dalla parola precedente sono state unite ad esse ("crimina e" diventa "criminaue"). Lettere capovolte sono state corrette e differenze nelle lettere maiuscole non sono state riprodotte a meno che non influenzassero il significato.
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Nel testo greco di questa edizione, le abbreviazioni sono state sciolte e le legature stampate in conformit alla moderna serie dei caratteri tipografici. Spiriti e accenti sopra i dittonghi, che nelle prime edizioni sono spesso posti sopra ambedue le lettere o sulla prima lettera di un dittongo, sono ora posti sopra la seconda lettera seguendo la pratica moderna (a meno che la posizione nella prima edizione non indichi espressamente due lettere separate invece che un dittongo).
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Errori di stampa negli accenti e negli spiriti, dovuti a semplice trascuratezza, sono stati corretti, e i nomi propri sono stati regolarmente trascritti con iniziale maiuscola. Abbiamo seguito la norma rinascimentale di usare un accento grave sull'ultima sillaba delle parole prima di una virgola. Nelle poesie aggiunte verso la fine del testo del 1520 (nn. 263, 265-268), la prima riga di ogni titolo  in lettere maiuscole, ma il resto del titolo in lettere minuscole, probabilmente per risparmiare spazio o caratteri. Abbiamo dato l'intero titolo in lettere maiuscole per uniformit con il resto dell'edizione 1520.
Due poesie, qui numerate 270 e 271, che appaiono soltanto nel testo dell'ed. 1518, furono omesse dal testo del 1520. La prima seguiva al n. 138 (di questa edizione), la seconda al n. 182.
I numeri assegnati alle poesie in questa edizione non appaiono nelle prime edizioni.
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Poesie non comprese nelle edizioni del 1518 e del 1520.
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Il n. 272 apparve per la prima volta in "The Workes [...] in the Englysh tonge" [cit. come E.W.] di More, London, William Rastell, 1557 (3), su cui si basa il mio testo.
I nn. 273 e 274 apparvero per la prima volta come poesie di omaggio all'inizio e alla fine del "Lac puerorum. Anglice Mylke for chyldren", di John Holt, una grammatica latina dedicata al cardinale John Morton, arcivescovo d Canterbury, e destinata ai paggi di Lambeth Palace, dove Holt era maestro. Dev'essere stata scritta prima della morte di Morton nel 1500, ma sopravvive solo in quattro edizioni posteriori:
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1. Anversa, Adrian van Berghen (ca. 1506-1510) (4). Questa edizione esiste solo in frammenti nella British Library e nelle biblioteche delle universit di Oxford e Cambridge.
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2. Londra, Wynkyn de Worde (ca. 1508) (5). Ho usato una riproduzione fotografica della copia in possesso della British Library.
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3. Londra, Richard Pynson (1510?) (6). Ho usato un microfilm della copia della British Library.
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4. Anversa, Govaert Bac (ca. 1511) (7). Ho usato un facsimile dell'unica copia, custodita dall'Universit dell'Illinois in Urbana, stampata da Harris Fletcher in "Studies in Honor of T. W. Baldwin", ed. D.C. Allen, Urbana, 1958, pp. 57-58.
Ho scelto la n. 2, la prima completa edizione, come mia copia di riferimento, ma ho modernizzato la punteggiatura e le lettere maiuscole, che possono essere viste nella loro forma originale nella trascrizione diplomatica dell'ed. Wynkyn de Worde di William Nelson con varianti delle edizioni van Berghen e Pynson (8).
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Il numero 275 apparve la prima volta in "Linacri progymnasmata grammatices vulgaria", London, John Rastell, 1512 (9), preparato da Thomas Linacre per la St. Paul's School. Ho basato il mio testo su un microfilm della copia della British Library.
Il numero 276, che comprende due poesie sul dittico di Erasmo e Pieter Gilles dovuto a Quentin Metsys, fu inviato a Pieter Gilles da More in una lettera scritta a Calais il 7 ottobre 1517 (10). Ho basato il mio testo sulle tre fonti pi antiche: il manoscritto di Deventer, ff. 207-208 in fotografia; l'"Auctarium selectarunt aliquot epistolarum", Basel, Johann Froben, agosto 1518 (11), la prima versione stampata, in microfilm; e le "Epistolae D. Erasmi Roterodami ad diversos", Basel, Johann Froben, 31 agosto 1521 (12), la seconda versione stampata, nella copia in possesso della Beinecke Rare Book Library alla Yale. Ho preso il manoscritto di Deventer come modello del testo, ma ho ammodernato le maiuscole e la punteggiatura.
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Il n. 277 fu inviato a Erasmo da More in una lettera scritta a Calais il 5 novembre 1517 13. Ho basato il mio testo sulle stesse fonti del n. 276, tranne che per il manoscritto di Deventer, che non contiene la lettera. Il modello del testo  l'"Auctarium".
Il n. 278 fu stampato per la prima volta nella "Doctissima D. Thomae Mori [...] Epistola, in qua [...] respondet Literis Ioannis Pomerani", Louvain, John Fowler, 1568 (14), sul retro del frontespizio; questa edizione  il mio modello. I sei versi appaiono anche in British Library MS. Royal 17.D.xiv, ff. 453r-453v. I primi quattro versi appaiono in "Life of More" di Nicholas Harpsfield, ed. Elsie Hitchcock e R. W. Chambers, Early English Text Society, Original Series n. 186, Oxford, 1932, p. 181. Tutti e sei i versi costituiscono le prime due poesie scritte sulla pagina in bianco alla fine di una copia dell'edizione di Vives del "De civitate Dei" di sant'Agostino, Basel, Johann Froben, 1522 (errata la data 1512 del colophon), nella biblioteca della chiesa cattolica in Lower Brailes, Warwiekshire. I versi 9-10, senza titolo, precedono i versi 3-6, intitolati "Aliud". Le poesie sono seguite dal n. 280 e da due poesie inglesi, "Lewys the lost lover e Dauy the dycer" che compaiono in E.W.. Ognuna delle cinque poesie  contrassegnata Thomae Mori sul margine sinistro.
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Il n. 279 fu scritto in una pagina bianca di un codice che contiene le opere di Hironymus Busleyden (15). Il mio testo  la trascrizione in "Jerome de Busleyden, Founder of the Louvain Collegium Trilingue.- His Life and Writings", Humanistica Lovaniensia 9, di Henry de Vocht, Turnhout, 1950, 155, 257. Bench il professor de Vocht asserisse con sicurezza che queste righe erano state nelle mani di More, non ne pot offrire una prova convincente; esse quasi certamente non sono autografe (16).

Il n. 280 segue le due parti del n. 278 sul foglio in bianco del volume di Lower Brailes gi ricordato come fonte del n. 278. Come per le altre quattro poesie sul foglio bianco, che possono essere assegnate a More con sufficiente evidenza,  annotata l'attribuzione Thomae Mori sul margine sinistro. Bench, per quanto mi consti, la poesia non ricorra altrove, la sua posizione tra quattro poesie genuine in un antico manoscritto ci autorizza almeno a supporre che anch'essa sia genuina. Le abbreviazioni nella copia cui ho fatto riferimento sono state tacitamente sciolte, e la punteggiatura, che manca completamente nella copia,  stata aggiunta.
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Il n. 281 fu stampato per la prima volta nel "De arte supputandi libri quattuor" di Cuthbert Tunstall, London, R. Pynson, 14 ottobre 1522 (17), che  il testo cui mi richiamo. Il trattato di aritmetica di Tunstall, dedicato a More (18), fu ristampato a Parigi (Robert Estienne, 1529 e 1538) e a Strasburgo (1544 e 1551).
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More pu senz'altro aver scritto le due poesie nella parte introduttiva dell'"Utopia" (CW 4, 18, 20) e le tre poesie contro Lutero alla fine della sua "Responsio" (CW 5, 694-699, 982). Un epitaffio latino riportato da John Weever nel suo "Ancient Funeral Monuments" (1631) fu quasi certamente scritto per commemorare la madre di More, Agnes (m. 1499) e suo zio Abel (m. 1486), ma non  provato che siano di More (19). Per due distinti distici latini attribuiti a More senza un buon fondamento, Yedi James Granger, "A Supplement Consisting of Corrections and Large Additions to a Biographical History of England", London, 1774, p. 30, e Peter Beal, "Index of English Literary Manuscripts", London - New York, 1980ss., 1/2, 348. Horace Walpole menziona (ma non riporta) dei versi che More avrebbe scritto su due disegni di Holbein (Ricchezza e Povert); vedi "Anecdotes of Painting in England", in "The Works of Horace Walpole", 5 voll., London, 1798, 3, 74-75.
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NOTE.
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Nota 1. La lezione dell'edizione 1520  comunque riportata nell'apparato critico di cui CW 3/II  provvisto.
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Nota 2. Ma la forma originale  registrata nell'apparato critico di CW 3/II.
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Nota 3. Ora in S.T.C.2, 18076.
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Nota 4. Nijhoff-Kronenberg, "Nederlandsche Bibliographie van 1500 tot 1540", 3 voll., 's-Gravenhage, 1923-1971, 3179; "A Short-Title Catalogue of Books Printed in England, Scotland, and Ireland [...]1475-1640", ed. A. W. Pollard e G. R. Redgrave, London, 1926 [cit. come S.T.C.], 13606.
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Nota 5. S.T.C. 13604.
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Nota 6. Ivi, 13605.
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Nota 7. Nijhoff-Kronenberg, 4440 (3, 3, 11).
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Nota 8. "Thomas More, Grammarian and Orator", in Publications of the Modern Language Association (P.M.L.A.), 58 (1943), 342-343.
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Nota 9. S.T.C.2 15635.
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Nota 10. Allen, 3, 106-107; la lettera  stata pure pubblicata in Rogers, pp. 98-100.
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Nota 11. Gibson, n. 145.
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Nota 12. Ivi, n. 146.
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Nota 13. Allen, 3, 133.
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Nota 14. Gibson, n. 61.
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Nota 15. Biblioteca reale, Bruxelles, MS. 15676-15677, p. 62.
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Nota 16. Anche prescindendo dalle differenze che ci sono tra il rapido corsivo dell'autografo di Valenza (CW 14/1) e il decoro libresco delle righe del manoscritto Busleyden, mancano elementi caratteristici comuni e ci sono alcune stridenti differenze: le curve aste ascendenti delle "b" e delle "l", il discendente delle "g", l'assenza del tratto finale discendente delle "n" di More.
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Nota 17. S.T.C.2 24319.
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Nota 18. Rogers, n. 111, pp. 265-267.
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Nota 19. Ristampato, tradotto e studiato da Germain Marc'hadour, "The Death-year of Thomas Mores Mother", in Moreana, 63/2 (1979), 13-16.
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FINE Parte 1.